Fabrizio Carcano.
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L'ULTIMO GRADO.
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2014. Ugo Mursia Editore. MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Un cadavere dilaniato sulle rotaie della Milano-Torino sconvolge il capoluogo lombardo alla vigilia di Sant'Ambrogio.  il primo di una catena di delitti che trascina il commissario Ardig all'inseguimento del pi sanguinario dei killer, lungo un sentiero di vendette e dolori.
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L'AUTORE.
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FABRIZIO CARCANO (Milano, 1973)  giornalista professionista, scrive per Il Giorno, Superbasket, Bergamo&Sport e Affari Italiani.
 uno dei giallisti pi apprezzati dal pubblico milanese e lombardo nell'ultimo decennio. Il cacciatore di Caino  il suo dodicesimo romanzo noir dedicato ai misteri e al fascino di Milano dopo Gli Angeli di Lucifero (2011), La tela dell'eretico (2012), Mala Tempora (2014), L'ultimo grado (2014), L'erba cattiva (2015), Una brutta storia (2016), Il Mostro di Milano (2017). In nome del male (2018). Il codice di Giuda (2018), Milano Assassina (2019) e Nemesi Nera (2019), tutti pubblicati con Mursia.
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L'ULTIMO GRADO.
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Dedica.
A tutti i miei lettori, pochi o tanti che siano, perch senza di loro oggi non ci sarebbe questo libro.
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1.. Milano, venerd 6 dicembre 2013.
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I due uomini camminavano dentro al buio. Un buio nero, che li aveva inghiottiti. Come se fosse un buco nero.
Un buio rotto soltanto dal fascio saettante della torcia elettrica.
Camminavano gi da un po', forse mezz'ora, forse di pi.
Ad accompagnarli il rumore dei loro passi e quello del loro respiro, sempre pi affannato, e la condensa che ne scaturiva.
Intorno il silenzio di quella zona disabitata.
E il freddo nemico di dicembre.
Se qualcuno li avesse potuti osservare avrebbe immediatamente compreso che non erano due amici.
Quello grosso, dietro, a spingere e tallonare quello pi piccolo, che procedeva stentando, a volte inciampando sui sassi della carreggiata ferroviaria.
Due uomini soli, in piena notte, sulla linea dell'Alta Velocit che collega Milano a Torino.
Lontanissime, sullo sfondo, si stagliavano le luci della periferia di Milano.
Il vento portava l'eco dei rumori della vicina autostrada.
Proseguirono ancora un po'.
Poi il grosso, con uno strattone, ordin di fermarsi.
Qua, va bene qua.
E per essere pi chiaro assest un violento calcio negli stinchi al suo sventurato accompagnatore. Che croll sui sassi. Dolorante.
Prov a rialzarsi, senza riuscirci. Non ne era in grado.
E l'altro, quello grosso, fu subito sopra di lui.
Due colpi in sequenza lo centrarono sul naso, fracassandoglielo.
Poi una serie di calci: alle costole, alla schiena, al basso ventre.
Il trattamento prosegu per qualche minuto.
Fino a quando il grosso decise che poteva bastare: a quel punto pos lo zainetto che teneva a tracolla e inizi a estrarre dei cavi metallici, una pinza da officina e delle grandi forbici da sartoria.
Fece tutto con la mano destra.
Con la sinistra continu a impugnare la Sig Sauer munita di silenziatore, che aveva brandito durante tutta quella silenziosa passeggiata notturna. E anche prima.
Osserv l'orologio. Le tre e un quarto. In quel deserto di sassi, tralicci e binari non lo avrebbe sentito nessuno.
Pensandoci bene il silenziatore non serviva neppure.
E poi, comunque, per tutto il resto non avrebbe potuto utilizzarlo.
Si chin fissando la sua vittima. Occhi negli occhi. Crudelt e terrore s'incrociarono in quello sguardo.
E la crudelt vinse.
Correva Ardig, correva contro vento, contro corrente, contro se stesso, come sempre. L'aria fredda gli entrava negli occhi, provocandogli una lacrimazione abbondante.
Stava sciroppandosi il solito tragitto: da piazza Piola fino all'ultimo semaforo di viale Mugello. Andata e ritorno.
Sotto la tuta anatomica in goretex sudava copiosamente.
Intorno a lui Milano si metteva faticosamente in moto come ogni mattina: il traffico aumentava, le saracinesche salivano, le auto cominciavano a incolonnarsi.
Dovevano essere quasi le otto.
Tuttavia quella non era una mattina come le altre. Quella era la vigilia della festa: quella di Milano e dei milanesi, quella di Sant'Ambrogio, il santo patrono cittadino.
Un giorno speciale, scuole e uffici chiusi, anche se questa volta Sant'Ambrogio cadeva di sabato.
Ma sarebbe stata festa comunque, nonostante la crisi che attanagliava la metropoli: gli addetti alla manutenzione del Comune stavano montando nelle vie del centro le luminarie natalizie e in piazza del Duomo si stava allestendo il tradizionale albero.
L'indomani si sarebbero accese le luci, aprendo ufficialmente il periodo natalizio.
E non solo, Sant'Ambrogio a Milano significa i mercatini degli Oh bej Oh bej intorno al Castello Sforzesco, il via ufficiale dello shopping natalizio e poi ovviamente la prima della Scala, l'evento pi mondano dell'anno sotto la Madonnina, con l'lite cittadina che si mette in tiro con l'abito da sera per sfilare sotto il portico e dall'altra parte della piazza, a insultarli e forse invidiarli, il solito variegato esercito di contestatori formato da disoccupati, studenti, anarchici, immigrati e disperati vari.
Indifferenza e sfarzo da una parte, rabbia e povert dall'altra, in mezzo il solito cordone di agenti, qualche transenna e la statua di Leonardo a vigilare con sguardo severo su quei due volti cos diversi della sua Milano. Succedeva ogni anno, niente di nuovo.
Gett un'ultima occhiata agli operatori ecologici che ripulivano i marciapiedi e acceler per rientrare a casa, pur non avendo fretta.
Al lavoro non c'erano urgenze, a parte i tre morti della guerra di mala a Quarto Oggiaro a reclamare giustizia da oltre un mese.
Varc la porta dirigendosi verso il lavello per trangugiare un paio di bicchieri d'acqua. Intanto Frog scodinzolava, con i soliti movimenti tremolanti, per avere le sue attenzioni. Gli riemp la ciotola di croccantini e finalmente si regal l'attesa doccia.
L'acqua bollente sferzava la sua pelle dilatandone i pori.
Prima il freddo di una corsa all'aperto, ora il caldo di quel getto.
Uno shock termico salutare.
Il cellulare inizi a strillare in quel momento.
Capo, abbiamo un morto nella zona dello scalo ferroviario di Milano Fiorenza.  una storia strana.
D'accordo. Arrivo.
Erano nella terra di nessuno, quel limbo disabitato dove Milano finisce e non comincia nulla.
Una zona industriale, popolata solo da fantasmi, da immigrati clandestini, da prostitute, da camionisti in transito che inspiegabilmente si fermavano l a bivaccare e da personaggi poco raccomandabili.
Erano in quei venti chilometri quadrati che separano la zona di Milano Certosa e Milano Figino, le estreme periferie nord della metropoli, da quella vasta area destinata a diventare l'ombelico del mondo durante i sei mesi dell'Expo 2015.
Venti chilometri quadrati di capannoni, depositi per container, alcune baracche e una piccola ragnatela di strade che nessuno conosce e nessuno percorre quando calano le tenebre.
Tranne via Stephenson, la pi nota, quella che circumnaviga tutto quel dedalo di degrado e clandestinit, l'unica di quelle vie a essere riportata dalle indicazioni stradali.
Nessun automobilista di buon senso passerebbe di l la notte.
Alle 8,40 del mattino qualche auto c'era: operai e impiegati delle ditte o dei depositi di quella zona.
Le prostitute dormivano ancora. Le avrebbero recapitate nel loro solito angolo verso mezzogiorno. Ognuna nella propria zona.
Le bianche, quelle giovani, quelle dell'est, quelle da 50 euro a botta, quelle pi richieste da chi ha qualche euro in pi nel portafoglio, nella zona a ridosso con lo svincolo delle Autostrade e il quartiere di Roserio.
Le nere, le africane della Nigeria e del Senegal, quelle da 20 o persino 10 euro a botta, quelle alla portata di ogni poveraccio, sparpagliate nelle stradine interne.
Ognuna sulla sua seggiola, con l'immancabile cumulo di rifiuti plastici a circondarla. Sesso e sudiciume, sempre insieme.
Funzionava cos in quella terra di nessuno delimitata dall'incrocio delle autostrade e dai binari dello snodo ferroviario che dalla stazione di Certosa conduceva a quella di Rho, il passaggio obbligato per Torino, per Genova, per Aosta, per la grande Fiera di Rho-Pero, ma anche per la Francia.
Perch da l transitavano, a velocit da formula uno, gli Eurostar per il capoluogo piemontese e i TGV che proseguivano oltralpe, collegando Milano a Parigi in appena sei ore.
Per quello era l. Perch un Eurostar, il primo della giornata, quello che alle 6,30 si stacca dal binario della stazione Centrale per scaricare i suoi passeggeri sessanta minuti dopo sulla banchina di Torino Porta Nuova, aveva travolto un uomo. Uccidendolo.
Un caso da Polizia Ferroviaria, non da sezione Omicidi.
Era ancora buio e il macchinista che aveva allertato i soccorsi non era neppure sicuro fosse un uomo. Poteva essere un cane.
Nel dubbio aveva dato l'allarme e il convoglio si era fermato nella stazione di Rho, in attesa di ripartire. E invece non era ripartito.
Perch quello triturato non era un cane bens proprio un uomo.
Cos i passeggeri erano stati fatti scendere e trasbordati su un altro treno e si era avviata la routinaria macchina degli accertamenti.
Nulla d'inedito. Incidenti di questo genere, in una citt dove ogni giorno mezzo milione di pendolari si spostano con i treni, ogni tanto capitano.
Chi  distratto e scivola sui binari oppure chi viene urtato nella calca e perde l'equilibrio oppure chi sceglie di gettarsi su quei binari per ragioni sue.
In tutti i casi gli altri pendolari non solidarizzano e inveiscono all'indirizzo dello sventurato: Proprio sotto questo treno doveva finire? Proprio stamattina che ho la riunione?.
Questa volta, per, era diverso. E la Polfer intervenuta sul posto, insieme ai sanitari del 118, lo aveva immediatamente compreso.
Non era un caso di sua competenza, ma della sezione Omicidi.
Perch quell'uomo non era un ubriaco finito per errore su quei binari o un suicida che aveva scelto di andare a immolarsi proprio l.
No, quell'uomo tranciato su quella ghigliottina di sassi e ferro c'era stato portato. E incastrato. Con dei cavi metallici.
Il tronco, salvato dallo scempio delle rotaie, raccontava una storia assurda: le braccia legate intorno al busto con delle funi da cantiere, i polpastrelli delle dita abrasi nel tentativo disperato di liberarsi.
Il volto tumefatto, ridotto a una maschera di sangue.
Gli occhi sbarrati, quasi schizzati fuori dalle orbite oculari, per il dolore. E l'orrore.
Quel poveraccio, impotente, aveva davvero visto la morte in faccia, correndogli incontro, a quasi 200 all'ora, sotto forma della motrice dell'Eurostar. E non aveva potuto fare niente per evitarla.
Terrificante solo al pensarci.
I rilievi della Scientifica sarebbero stati lunghi e laboriosi.
Quel mostro di metallo lanciato a gran velocit lo aveva dilaniato nella parte inferiore del corpo, di fatto cancellata.
Come se fosse deflagrato un ordigno potente, una mina anticarro, sotto i piedi di quell'essere sfortunato.
Solo che l non erano in Afghanistan: erano in una terra di nessuno a un paio di chilometri dai rassicuranti marciapiedi di Milano.
Quello che restava di quello sventurato era un tronco.
Quelle che fino a qualche ora prima erano le gambe, apparivano come una poltiglia sparpagliata in un raggio di quasi cento metri.
E brandelli di carne, ossa e tessuti erano rimasti aggrappati alle ruote della motrice del treno e scaricati lungo i dieci chilometri di tragitto che separavano quel luogo desolato dalla stazione di Rho.
Eppure gli uomini avvolti dalle tute bianche stavano gi raccogliendo qualcosa: pezzi di metallo duro, pezzi di un cavo raccontavano una storia che iniziava a essere pi nitida.
Quell'uomo era stato imprigionato ai binari. Dovevano avergli legato i piedi, le caviglie e le cosce. E per evitare che potesse liberarsi gli avevano bloccato le braccia intorno al busto.
Un'esecuzione crudele e terribile, perch oltre all'atrocit dell'essere investito da un treno, ci avevano caricato sopra il terrore dell'attesa.
Minuti, decine di minuti, forse persino un paio d'ore.
Ora poco meno della met di quell'essere umano era l, in un lago di sangue, scaraventato a pochi metri dai binari.
Una copertina termica a coprirlo.
Addosso i tipici indumenti invernali: un giaccone anonimo, un maglione e una camicia.
Roba da grande magazzino. Era privo di portafoglio o telefonino.
L'orologio s, quello c'era.
Per era rotto: le lancette segnavano le 2,50.
Forse proprio in quel momento si era compiuto il suo triste destino.
Uno scalpiccio costrinse Ardig a girarsi.
Alle sue spalle stava sopraggiungendo il medico legale, il dottor Ruggero Salerno. Infreddolito e affaticato per la passeggiata lungo la massicciata.
Si salutarono con un cenno, poi il coroner si chin sulla vittima per il primo esame esterno.
Cominci a palparlo. Scuoteva la testa.
Lo hanno picchiato o colpito con un oggetto. Il setto nasale  incrinato in pi punti, anche la mandibola...
Lo vide tastare i denti e poi infilare un dito in bocca.
Cristo santo...
Non lo aveva mai sentito imprecare.
Si volt pallido come uno spettro.
Non ha... non ha la... la lingua...  stata tagliata...
Un conato di vomito scosse un agente della Polfer.
Anche lo stomaco di Ardig si rivolt.
Ne aveva abbastanza, lasci Farris a dirigere le operazioni per rientrare in commissariato. Non fece in tempo.
La voce di un agente della Polfer echeggi: Arriva il magistrato.
Si volt. Oh... no. Ancora lei. Sempre lei.
Deborah Pollini. La sua ex, stando alla vox populi della Questura e del Tribunale. Non era cos.
Due anni prima si erano visti due volte a casa di lei e avevano scopato due volte. Senza mai dirsi una parola e continuando a darsi del lei come due colleghi. Tutto l.
Poi ognuno era andato per la sua strada. Avevano continuato a darsi del lei e a non parlarsi, solo che quel silenzio si era trasformato in antipatia al primo sguardo.
E i loro rapporti professionali ne avevano risentito.
Gi l'indagine si prospettava difficile, se poi a complicarla c'era la Pollini... Decise di far volare una colomba della pace.
Le and incontro. Per sorbirsi un chilometro sulla massicciata sassosa della linea ferroviaria, l'affascinante pubblico ministero era stata costretta a scendere dai suoi proverbiali tacchi da dodici centimetri per infilarsi in stivaloni di pelle che arrivavano sopra il ginocchio stile gatto con gli stivali.
E i suoi mitici tailleur strizzati e ultrascollati erano nascosti da una desueta pelliccia nera. Le pellicce, passate di moda negli anni Ottanta.
E il calendario sentenziava che erano a tre settimane dal 2014.
Nonostante tutto, per, era sempre una bellissima donna, anche se la sua quinta di seno era camuffata dietro a quella matassa di pelo nero. Gli occhi color nocciola incastonati nella montatura nera degli occhiali, nera come i suoi capelli, quasi a luccicare sulla pelle di porcellana.
Il suo corpo mediterraneo, sinuoso, era ancora tonico, nonostante avesse raggiunto la soglia delle quarantacinque primavere.
Non piaceva solo a lui. I suoi uomini l'avevano ribattezzata Lisa Ann, per via dell'incredibile somiglianza con la celebre pornostar statunitense che recitava sempre il ruolo della Milf o della Cougar, ovvero l'ultra quarantenne che circuisce i ragazzini amici del figlio oppure la professoressa che seduce i suoi allievi.
Fortunatamente lei, la diretta interessata, non era mai venuta a conoscenza di questo poco lusinghiero nickname affibbiatole.
La guard e indugi sulle sue forme.
Lei se ne accorse e se ne compiacque.
Si strinsero la mano. Poi lui tent un mezzo sorriso.
Ben arrivata dottoressa, le consiglio di cuore di non proseguire. Non  un bello spettacolo, mi creda.
L'aveva colta di sorpresa, non abbastanza, per, da farle abbassare tutte le difese.
Apprezzo la premura, ma preferisco farmi un'idea di persona.
Come vuole.
Ardig fece un cenno ai necrofori che sollevarono il telo termico.
Meno di cinque secondi dopo la Pollini si pieg per vomitare la colazione sui sassi bianchi della ferrovia.
Il commissario trattenne un sorriso fuori luogo. Per la serie, io ti avevo avvertita, ma tu testona non mi ascolti mai.
Finalmente poteva davvero tornare in commissariato.
I documenti non servono per riconoscere un uomo se  un pregiudicato.
E Carmine Pezzella, napoletano verace trapiantato all'ombra della Madonnina, mezzo secolo di vita appena compiuto, pregiudicato lo era da quasi trent'anni.
Furto, ricettazione, detenzione di armi, associazione per delinquere, spaccio di stupefacenti. Una collezione poco invidiabile.
Diverse condanne e circa nove anni trascorsi al fresco: era uscito nell'agosto del 2005 e da allora aveva rigato dritto.
Dai terminali interconnessi del Viminale, della motorizzazione civile e dell'anagrafe cittadina risultava convivente con tale Yelena Moraru, cittadina moldava di 38 anni di passaporto rumeno, e residente a Milano in via Mar Ionio, in un appartamento dell'Aler, ovvero una di quelle tante case popolari che il Comune affitta a un canone mensile bassissimo, a volte appena un centinaio di euro, a chi non ha un reddito per mantenersi.
Fece inviare una volante del commissariato di San Siro presso l'abitazione del defunto per comunicare la triste notizia.
Poi decise di andarci anche lui.
Doveva sentire la moldava, voleva capire se avesse una minima idea del perch al suo uomo fosse stata riservata una fine cos atroce.
Squallido era l'aggettivo che il vocabolario della sua mente stava inflazionando da qualche minuto.
Squallido quel pezzo di Milano, squallido quel casermone stile alveare dove si ammassavano africani, asiatici, rumeni e sempre meno italiani.
Squallido quell'appartamento, una sessantina di metri quadri distribuiti tra una stanza da letto con un matrimoniale dalle coperte sfatte e un soggiorno con angolo cottura e due divani smollati, coperti da un telo a fiori.
E squallida lei. Si attendeva la solita fighetta sfornata da madre Russia, che si barcamena tra marchette e lavoretti vari, magari un po' trasandata ma sempre fighetta.
Invece quella che lo fronteggiava era solo trasandata.
E fighetta pareva non esserlo mai stata.
Un volto da castoro, con i denti ingialliti sporgenti, i capelli corti, di un rosso barbabietola, con la ricrescita grigia, almeno una decina di chili di troppo sui fianchi e sul giro vita.
Un posacenere stracolmo e una vetrinetta con bottiglie pi vuote che piene denunciavano impietosamente i suoi vizi: Bacco e tabacco.
Che volete?, fu la sua unica domanda. L'italiano era buono, seppur con il solito accento balcanizzato.
Nessuna lacrima a rigarle il viso. Forse le aveva piante tutte prima, quando Carmine Pezzella era ancora vivo.
Sapere chi poteva avercela con il suo uomo? Aveva dei nemici?
La donna si strinse nelle spalle e si afflosci sul divano.
Poi scosse la testa. No.
No cosa? Non aveva nemici? Non aveva problemi?
Nemici no. Problemi s, di soldi. Forse qualcuno si  vendicato per questo.
Questa volta a scuotere la testa fu Ardig.
No, nessun creditore insoddisfatto si sarebbe preso la briga di infierire cos sul suo debitore. Intanto perch in questo modo non avrebbe mai riscosso il suo credito.
E poi no, troppo odio, troppa ferocia. Lei non aveva visto quello scempio, ma lui s. Chi aveva ucciso Pezzella doveva avere motivi validi per volergli cos male.
Doveva aver subito uno sgarbo grave.
Ordin agli agenti di avviare una perquisizione dell'appartamento.
La moldava non si oppose e ne approfitt per scolarsi un bicchierino.
Nel frattempo erano sopraggiunti il fratello e il cugino della vittima.
Entrambi sui 45 anni, piccoli di statura e con gli occhi saettanti.
Si presentarono: Gennaro il fratello, Ciro il cugino.
Dal terminale del ministero degli Interni sapeva che anche loro erano pregiudicati per gli stessi reati del parente ucciso.
Furto, spaccio, ricettazione.
Pesci piccoli al servizio di un pescecane. Oppure cani sciolti, che si erano mossi male, finendo in bocca a un pescecane.
L'ipotesi di un regolamento di conti interno alla mala della periferia prendeva corpo, aprendo lo scenario di un'indagine difficile, in un ambiente omertoso dove i panni sporchi si lavano in casa.
Il rischio, per, era che questo barbaro omicidio aprisse la strada a una faida: sangue chiama sangue.
Tent la pi classica delle domande a entrambi: Immaginate un motivo per cui qualcuno desiderasse la morte del vostro parente?.
Le tre scimmiette dell'omert si impersonificarono in quei due ex scugnizzi dall'aria furba e ostile.
Per un secondo fu tentato di farli portare in commissariato e torchiarli alla sua maniera, poi nella sua mente scatt un meccanismo che ultimamente, in questi casi, si azionava pericolosamente: il classico chi se ne fotte.
La molla che lo aveva spinto a intraprendere la professione di investigatore era stata la pi banale: difendere i buoni, che poi sono i pi deboli, e arrestare i cattivi.
Semplice, elementare. Qui di buoni e di deboli non ne vedeva.
E il cattivo forse non era solo il crudele carnefice.
Se i Pezzella non volevano collaborare fatti loro. Magari il colpevole se lo sarebbero trovati da soli e avrebbero regolato i conti alla loro maniera.
Meglio per loro e meglio per tutti, anche per lo Stato che avrebbe avuto qualche farabutto in meno da processare e poi mantenere per diversi annetti nelle patrie galere.
Confortato da questo cinico pensiero si conged, cedendo all'ispettore Santoni, che era sopraggiunto, l'onere di proseguire gli accertamenti.
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2. Milano, sabato 7 dicembre 2013.
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Bellissima ed elegante. Milano si era messa l'abito buono per quel giorno speciale.
I marciapiedi del centro ripuliti da ogni cartaccia, il verde curato, le luminarie accese a far brillare le luci che rimbalzavano sulle vetrine dei negozi luccicando ancora di pi.
E il grande abete in piazza del Duomo a regalare gioia ai piccoli e serenit ai grandi. La festa era iniziata.
Digos e Celere erano gi impegnate a bonificare il salotto di piazza della Scala, dove nel tardo pomeriggio sarebbero arrivati il presidente della Repubblica e un buon numero di autorit istituzionali per assistere alla Prima.
In cartellone quest'anno c'era la Traviata.
E ad Ardig, da zero a mille, fregava zero.
Come fregava zero o quasi dell'ultimo caso che si ritrovava sulla scrivania: il pluripregiudicato Carmine Pezzella segato in due da un Eurostar dopo essere stato pestato, torturato e legato ai binari che si erano trasformati nel suo crudele patibolo.
Un'esecuzione di mala. Non aveva dubbi.
Il quarto morto, tra Milano e hinterland, nelle ultime sei settimane: una volta si uccidevano allo Zen di Palermo o nel rione Sanit a Napoli.
Oggi i conti li regolavano mille chilometri pi a nord.
Di quel morto, comunque, fregava poco a tutti.
Al questore, al prefetto, al sindaco: tutti concentrati su altro.
E l'opinione pubblica lo ignorava, nel senso che ai giornali era stato comunicato soltanto che un povero diavolo era finito sotto un treno alle sei del mattino.
Un normale tragico incidente. Cose che capitano.
E infatti alla morte di Pezzella erano dedicati striminziti trafiletti senza foto.
Meglio cos, avrebbero indagato con maggiore tranquillit.
Non ne aveva alcuna voglia, ma gli toccava: era atteso dalla rituale visita all'istituto di Medicina Legale.
Quel sabato, per fortuna, Umberto Brasca, l'anziano medico legale ormai prossimo alla pensione, era di riposo e cos dell'autopsia del malcapitato Carmine Pezzella si era occupato direttamente il suo fidato braccio destro Ruggiero Salerno, che lo aveva gi sommariamente esaminato sui binari di Milano Fiorenza.
A differenza del suo titolare il vice era sbrigativo e sintetico nel relazionarsi con il commissario.
Che vuole che le dica... ha visto anche lei che scempio... ho allegato la mia relazione necroscopica al referto post mortem che trover in questa cartelletta.
Lasci perdere i referti, per cortesia, e mi sintetizzi quello che mi pu essere utile e senza tecnicismi medici, lo incalz il commissario, gi innervosito.
Come preferisce. Aveva contusioni e microfratture, sia nell'area toracica che in quella facciale: provocate da traumi. Letteralmente o  stato picchiato con pugni e calci o percosso con un randello.  stato a lungo immobilizzato con lacci metallici, che hanno provocato ferite all'epidermide e tagli superficiali, soprattutto sui polsi e gli avambracci: evidentemente deve aver tentato di liberarsi ma senza riuscirci. E come ha constatato anche lei gli  stata tagliata la lingua, che non abbiamo recuperato sulla scena criminis:  stata utilizzata una pinza per estrarla e tenerla in tensione e una forbice per tranciarla. Una tortura medioevale che si riservava agli eretici se non erro. Il resto lo ha fatto la motrice di quel treno. Direi che  tutto per quanto concerne l'esame necroscopico, mentre quello tossicologico ha evidenziato positivit alle molecole della benzoilmetilecgonina.
Ergo, era un cocainomane.
Una curiosit... il decesso  stato immediato?
Rapido, ma non istantaneo. La rotaia ha tranciato le gambe poco sopra l'attaccatura femorale, forse c'era una remota possibilit che si salvasse se fosse stato tempestivamente soccorso da un'quipe medicalizzata che fosse riuscita a tamponare le emorragie. Si ricorda il terribile incidente di quel pilota che adesso fa anche il conduttore televisivo?
Certo, Alex Zanardi, un eroe moderno, un idolo per lui e per milioni di italiani, il dominatore delle Paralimpiadi di Londra.
Un esempio di coraggio e attaccamento alla vita in una societ di piagnoni e viziati.
Ma non voleva sporcarne l'immagine accostandola a quella di delinquente pluripregiudicato.
Tuttavia in quelle condizioni esterne - riprese Salerno - e in quel luogo isolato, era impossibile un soccorso adeguato.
Mi aiuti a capire, secondo lei l'assassino ha considerato anche questo aspetto? Nel senso... poteva legarlo sul torace e il treno lo avrebbe ucciso all'istante. In questo modo invece lo ha fatto soffrire ulteriormente puntando solo a fargli tagliare le gambe...
Salerno si gratt il mento.
Teoricamente. Uno choc cos devastante genera una perdita dei sensi e in ogni caso della lucidit offuscata dall'enorme quantit di endorfina prodotta che obnubila le capacit cerebrali.
Questo per  un dettaglio che conoscete voi medici, non l'uomo della strada, soprattutto un bandito di strada, obiett il commissario.
Suppongo di no, concord l'anatomopatologo.
Le rivolgo un'ultima domanda: l'assassino potrebbe avergli tagliato la lingua per impedirgli di fare il suo nome ai soccorritori?
Dubito sarebbe stato in grado di parlare. Comunque s, se l'omicida non ha competenze nel campo medico potrebbe aver agito in questo modo, per ulteriore precauzione, conferm, prima di congedarlo.
Farris e Santoni avevano fatto la loro parte, messa nera su bianco sul loro rapporto: Pezzella, uscito dal carcere, era stato inserito nel mondo lavorativo tramite una cooperativa di quelle che impiegano gli ex detenuti, con mansioni di vettore e di fattorino.
Poi aveva trovato un altro mestiere ai Mercati Generali, dove campava come mulettista con contratti saltuari o ingaggio a giornata. Roba da 600, forse 800 euro al mese.
Eppure il pregiudicato girava con un'Audi A3, ritrovata la sera precedente nella zona periferica di piazza Cacciatori delle Alpi, in linea d'aria a un paio di chilometri dal luogo dov'era stato trucidato.
Una chiacchierata di Farris con il gestore dell'unico bar di quell'estremo presidio urbano era servita per appurare che l'uomo aveva trascorso la sera l, a giocare a stecca con alcuni amici, poi si era fatto l'ultimo bicchiere ed era uscito tranquillo e di buon umore.
E da quel momento black out.
La sua auto era rimasta parcheggiata poco lontano.
Evidentemente Pezzella era stato agganciato e prelevato dai suoi aguzzini che a quel punto lo avevano caricato in auto e portato dall'altra parte del raccordo delle autostrade, in via Stephenson, e poi a piedi fino ai binari ferroviari.
Impossibile sperare in un testimone e neppure in qualche telecamera: in quella zona deserta e malfamata non c'erano occhi, umani o elettronici, a vigilare.
Santoni aveva tracciato un quadro del fratello e del cugino: piccoli malviventi al soldo di un piccolo boss della zona di San Siro, anche lui napoletano, tale Nunzio Capece, gestore del racket del quartiere, della ricettazione e dello spaccio, limitato dalla concorrenza degli albanesi e dei nordafricani.
Poca roba rispetto agli affari milionari che l'ndrangheta faceva nel business dei cantieri e dell'interramento dei rifiuti.
Osserv Santoni che, come al solito, centellinava le notizie.
C' altro?
Stando alla Mobile questo Capece sta tentando di allargarsi al giro delle scommesse in nero che ancora gravitano intorno all'Ippodromo di San Siro, dove per gli affari ormai sono sempre pi scarsi. Una torta sempre pi piccola da spartire.
E chi  che se la pappa questa torta?
Un pugliese che chiamano il Cardinale, uno che da ragazzo ha fatto l'apprendista di bottega nel clan di Francis Turatello e dopo una serie di transiti a San Vittore...
Il commissario alz la mano per stopparlo.
Un crampo allo stomaco lo avvisava che l'ora di pranzo, quella canonica di chi ha una vita e orari regolari, era passata da un po'.
Vi andrebbe un panino?
Perch no?
Attraversarono piazza San Sepolcro, invasa da una torma di turisti scandinavi appena sputati fuori dall'uscita posteriore della Pinacoteca Ambrosiana, e si infilarono nel minuscolo bar di via Cardinale Federico: ordinarono panini alla pancetta con maionese.
Ardig innaffi lo spuntino con un suo classico, la spremuta mista di limone, pompelmo e arancia, un mix di vitamine e zuccheri, Farris con un'energy drink e Santoni con una media chiara.
Soltanto quando chiesero i caff - tre marocchini con schiuma, specialit del piccolo bar - Santoni cominci a relazionarlo.
Allora come ti anticipavo i colleghi della Mobile che bazzicano l'ippodromo lo conoscono bene. All'anagrafe  registrato come Vincenzo De Vitis, per chi mette piede a San Siro lo conosce come il Cardinale:  lui l'indiscusso ras nel settore delle scommesse clandestine sui cavalli.
Aspetta, non parliamo di corse clandestine, vero? Non mi risulta che qui a Milano se ne facciano.
No capo, parliamo di scommesse clandestine, non di corse clandestine. Le corse sono quelle regolari dell'ippodromo.
Perfetto, meglio essere chiari fin dall'inizio - rispose, trangugiando il primo bollente sorso di caff - e sapere che ti riferisci solo al totonero che prolifera a San Siro intorno alle corse ufficiali.
Esatto. Come sai  possibile scommettere all'ippodromo, nelle agenzie o via internet, sul concessionario esclusivo delle corse ippiche italiane, oppure c' il nero, dove puoi puntare forte e con quote diverse che consentono vittorie pi allettanti. E qui c' un sottobosco di allibratori che sgomitano.
Quello delle corse ippiche e delle relative scommesse, legali o clandestine, era un settore che non aveva mai seguito e di cui non poteva dirsi esperto.
Pertanto lasci proseguire il suo collaboratore.
Questo De Vitis  un pregiudicato di origine pugliese, sulla sessantina, come ti dicevo  cresciuto come giovane di bottega alla scuola di Francis Turatello, il signore delle bische milanesi negli anni Settanta. Poi con la morte del suo mentore  caduto in disgrazia,  finito a San Vittore e si  pure beccato una coltellata alla schiena. Comunque una volta uscito dall'hotel - i poliziotti in gergo definivano spesso cos il carcere -  poi riuscito a recuperare posizioni e a scalare le gerarchie, tanto che da una quindicina di anni  lui a gestire, indisturbato, il giro delle scommesse clandestine all'ippodromo e un paio di bische in zona Forze Armate e Inganni.
Un business in calo.
Gli ippodromi avevano registrato un boom negli anni Settanta e Ottanta, ma, con l'avvento delle tv satellitari, di internet e soprattutto della legalizzazione delle scommesse sportive, il fascino e il brivido delle corse dei cavalli e delle relative giocate, legali e non, era drasticamente calato.
Alcuni impianti avevano chiuso, le corse si erano diradate e nelle tribune i pochi seggiolini che si riempivano erano occupati da chi, in testa, aveva i capelli quanto meno brizzolati, se non bianchi.
E spesso sui quotidiani si leggevano appelli disperati lanciati dal mondo dell'ippica per salvare un settore alla canna del gas.
Faticava a capire per quale oscura ragione ci si potesse scannare per un piatto ormai svuotato.
Perch lo chiamano il Cardinale?
A quanto mi hanno riferito - spieg divertito Santoni - pare che da giovane vantasse uno zio monsignore, in Puglia, e per questo frequentasse la parrocchia. Da l il nomignolo appioppatogli negli ambienti della mala e che si porta dietro da quarant'anni.
Ufficialmente questo Cardinale - prosegu l'ispettore -  proprietario di alcuni cavalli da trotto e questa, in apparenza,  la sua vera fonte di reddito. In realt, come appurato,  lui a gestire, con i suoi scagnozzi, tutti pugliesi delle sue parti, le scommesse clandestine a San Siro.
Ingoll l'ultimo sorso del marocchino.
Poi si rivolse ai due collaboratori.
La vedo in salita. Questo De Vitis sar un osso duro da rodere.
Si zitt quando il cameriere si avvicin a ritirare i bicchieri.
Ammettiamo che a uccidere Pezzella siano stati gli uomini del Cardinale. Come li incastriamo? Non abbiamo testimoni, non abbiamo DNA o impronte da comparare, non abbiamo nemmeno uno straccio di tabulato telefonico da confrontare.
Si ferm un istante.
Intanto potremmo cominciare a sentire questo boss. Tanto per tastare il terreno, butt l Santoni.
Mossa azzardata. Difficilmente avrebbe funzionato.
Eppure che possibilit avevano?
E l'idea di restare in ufficio, con il rischio di essere dirottato all'ultimo alla Scala a fare da scorta ai vip, non lo entusiasmava.
Va bene, oggi corrono?
 sabato, suppongo di s, annu Santoni, prima di iniziare a smanettare con lo smartphone.
Ecco qua il sito dell'ippodromo, s... nove corse di trotto, dalle 14,30 alle 18.
Il commissario fiss l'orologio.
Le 13,42.
Ok, muoviamoci in fretta. Andiamo all'ippodromo, soltanto per tastare il terreno. Io e Farris in tribuna a goderci le corse. Mentre Larini, Foglia e Zanella li mandiamo separati, a scommettere qualche spicciolo anche loro. Poi vi rimborso io, tranquilli.
Osserv i due ispettori: entrambi in scarpe da tennis.
Prima andate a casa a cambiarvi. Mettetevi una giacca.
Si volt verso Santoni.
Tu e Sinato state nella zona delle casse, tenete d'occhio chi gioca e studiate l'ambiente.
C' anche un bar, rilev l'ispettore spezzino.
Ottimo. Ci andrete a turno, cos capterete qualche discorso.
Sette poliziotti in borghese... Non saremo in troppi?, prov a suggerire Farris, consapevole che la sua stazza e la sua espressione annunciavano che era uno sbirro ad alcune decine di metri di distanza.
 quello che voglio. Devono sgamarci. Capire che siamo l in buon numero, spieg il capo della Omicidi.
Vuoi far uscire il Cardinale allo scoperto?, abbozz Santoni.
Sanno che l'omicidio di Pezzella  come un sasso gettato nello stagno. E sanno di essere i principali sospettati. Se il Cardinale non ha nulla da nascondere dovrebbe essere lui a fare il primo passo, no? Forse non oggi, ma se rifacciamo il giochetto due o tre volte nel giro di qualche giorno...
Ok, tutto chiaro, rispose Santoni.
La tribuna principale dell'ippodromo del trotto era pressoch deserta.
Il sole dicembrino, stanco di farla da padrone in un cielo senza nuvole, stava gi preparandosi al riposo anticipato e cominciava a fare freddo.
Quello vero, quello che precede il freddo serale. Seduti, infagottati nelle giacche a vento, un centinaio di spettatori in tutto. Quasi tutti uomini sopra la cinquantina.
Nostalgici di uno spettacolo ormai avviato ai titoli di coda.
Difficile catalogarli: uomini del popolo, operai, gente che fatica nei mercati, poi artigiani, commercianti e colletti bianchi.
Il fascino delle corse era trasversale, ma era un virus debellato dagli anticorpi del nuovo millennio.
La rete, il web, le connessioni veloci ed economiche avevano portato nelle case e negli uffici i casin e soprattutto il poker online.
Ed era l che finivano i risparmi di chi voleva provare il brivido dell'azzardo, senza aggiungerci l'aggravio di dover andare a San Siro, parcheggiare, stare in tribuna al freddo per tre ore.
E poi c'erano le agenzie di scommesse, dove potevi vederti la corsa sul televisore e puntare su ogni ippodromo d'Italia.
Una concorrenza impari, logico che l'ippodromo stesse fallendo.
Individuare il Cardinale non fu affatto difficile. Le foto segnaletiche della Questura - lo aveva appreso in oltre quindici anni di mestiere - non servono poi moltissimo.
I tratti somatici del viso, ovviamente, restano gli stessi, al di l dell'inevitabile invecchiamento o di interventi plastici: ma il resto, l'espressione, il colore degli occhi, i movimenti facciali...
Vincenzo De Vitis era chiaramente diverso da come appariva nella minuscola foto dell'archivio, risalente agli anni Ottanta.
Capelli argentati tirati indietro, camicia sbottonata fino allo sterno con tanto di peli bianchi esibiti in maniera sfacciata, nonostante la temperatura vicina allo zero, un cappotto di cammello ad avvolgerlo quasi fino al ginocchio.
Non molto alto, intorno al metro e settanta, corporatura taurina, tarchiata, un collo da bisonte cinto da una vistosa catena d'oro da cui pendeva una placca rotonda, anch'essa dorata, grande quanto una cipolla o un' albicocca!
Gli anelli, almeno tre, e un bracciale al polso destro sempre d'oro, luccicavano da lontano.
E bisognava aggiungere il Rolex, massiccio, dorato anche quello.
Calcolando spannometricamente, il malavitoso si portava in giro almeno 15-20mila euro tra catenina, anelli e orologio.
Anche se a nessuno sarebbe venuto in mente di rapinarlo.
E non solo per i due uomini, sulla cinquantina, dall'aria truce, che sedevano a poca distanza da lui senza perderlo d'occhio.
Bastava vederlo per intuire che non era il tipo con cui conveniva scherzare: lo sguardo duro, gli occhi freddi, l'espressione minacciosa.
Fatte le dovute proporzioni, ricordava Pietro Pacciani, il presunto mostro di Firenze, seppure con lineamenti pi aggraziati e una spavalderia che il rude contadino fiorentino, condannato per i delitti delle coppiette, non possedeva.
Ardig lo osserv il meno possibile.
Non voleva irritare n lui n i suoi uomini.
Aveva varato una strategia diversa: non lo avrebbe avvicinato, per non bruciarlo.
Semplicemente gli avrebbe ronzato intorno, a un'opportuna distanza, per farsi scorgere. Uno come il Cardinale non avrebbe faticato a catalogarli come sbirri.
Senza contare che, seppur sporadicamente, la sua faccia era finita in tv o sui giornali, nel corso di alcune conferenze stampa in Questura.
E un boss della mala non poteva non sapere che faccia avesse un commissario della Mobile.
Si accomodarono poche file pi in basso, dispiegando il dpliant con il programma delle corse.
Mancavano dieci minuti alla quarta corsa.
Scorsero l'elenco dei partenti.
Esaminarono la lista dei cavalli, scegliendo Pitheos che, stando al programma, aveva vinto tre delle ultime cinque corse disputate.
Andarono al gabbiotto delle scommesse.
Non c'era fila. Allungarono venti euro al cassiere.
Dieci su Pitheos vincente e altri dieci su Pitheos piazzato, dispose il commissario.
Deve dirmi il numero del cavallo, obiett, seccato, l'addetto alle giocate, infastidito dal novellino che gli si era parato davanti.
Uno che punta sullo stesso cavallo sia come vincente sia come piazzato non capisce un cazzo di cavalli e farebbe meglio a starsene a casa. Ovviamente si guard bene dall'esternarlo e non solo per ragioni professionali: quel tipo aveva una faccia dura e il suo accompagnatore pareva in grado di ucciderti con un solo pugno.
I due poliziotti intanto erano voltati verso il tabellone.
Impiegarono qualche secondo a individuarlo:  il numero 4.
Ritirarono la ricevuta e rientrarono in tribuna.
Salendo le scale lanciarono un'occhiata al Cardinale.
I cavalli si allinearono dietro a una rastrelliera collocata sul retro di una caratteristica vettura americana, una vecchia coup bianca molto scenica.
La cabriolet cominci ad accelerare. Dopo alcune centinaia di metri richiam la rastrelliera e devi verso un'uscita laterale.
La corsa era iniziata.
Pitheos, guidato dal grande Pietro Gubellini, uno dei driver pi famosi e vincenti degli ippodromi italiani, prese immediatamente il comando, con un passo deciso e regolare.
La quota per il vincente era 2,7 ovvero 27 euro in caso di vincita a fronte di una giocata da dieci euro.
Il piazzato, ovvero l'arrivo in almeno una delle prime tre posizioni, era quotato appena 1,65 ovvero sedici euro e mezzo.
Nonostante l'esiguit della posta in palio si fecero trascinare dall'agonismo della corsa e dall'adrenalina della scommessa, finendo per incitare cavallo e driver seppur in maniera discreta, non volendo farsi notare.
Gubellini tenne in riga il purosangue fino al rettilineo finale, conservando alcuni metri di vantaggio su Pedra Negra che lo inseguiva, poi diede di nerbo, facendo allungare il passo trottato allo splendido equino, che si impose senza eccessiva fatica.
Vincente e piazzato: con 20 euro ne avrebbero intascati 43 e mezzo.
Non sarebbero diventati ricchi, per era una soddisfazione.
Guardarono verso la tribuna.
Ok, adesso sappiamo chi  il nostro uomo, rilev Farris.
Bella grinta da duro. Non conterei di cavargli qualcosa, sbott scettico Ardig.
Ce ne andiamo?, chiese l'ispettore. Non subito. Vediamo anche la prossima corsa, dispose il commissario.
Bene. A questo punto cerchiamo di guadagnarci qualche altro soldino. Perch non puntiamo su Panetto Plus?
Studiarono le quotazioni per la corsa successiva.
No, Panetto Plus non  indicato come favorito. Questa volta scelsero di puntare su Pegasus Nom.
Sempre due giocate, sempre vincente e piazzato.
Una delusione: dopo una partenza a sprint il cavallo aveva iniziato a perdere posizioni su posizioni tanto da finire quinto.
Strano per un cavallo che, stando al programma, aveva trionfato in sei delle ultime otto corse a cui aveva partecipato.
Avevano avuto l'impressione che il driver avesse volutamente spremuto l'animale nella prima met della corsa, sfiancandolo e facendolo cedere di schianto nel rettilineo finale, per la disperazione della maggior parte degli scommettitori, compensata dalla soddisfazione degli allibratori.
Preferirono non approfondire e si avviarono verso l'interno.
Abbandonando la tribuna gettarono un'occhiata, questa volta insistita, verso il Cardinale e i suoi uomini.
Tornarono all'interno della struttura principale.
Scendendo dalle scale si poteva avere un'ampia veduta sull'ampio spazio interno, dove erano collocate le ricevitorie, dotate di maxischermi collegati con il canale satellitare dell'Unire, che trasmetteva le corse da tutti gli ippodromi, e il bar.
Torniamo in commissariato?
No, giochiamo ancora.
La scelta questa volta era stata pi ardua.
Il lotto dei favoriti era nutritissimo.
Dopo un complesso ragionamento, consigliati dal commesso del botteghino, avevano deciso di puntare su Regina Flowers, quotata a 2,65 in caso di vittoria e a 1,45 per il piazzato.
Beccarono soltanto il piazzamento, un terzo posto dietro a Riccobono Gn e a Rex Toni.
Stavano per rialzarsi, per andare a incassare l'esigua vincita, quando si accorsero che, dalle sommit della tribuna, a passi lenti, stava scendendo De Vitis, con i suoi due guardaspalle.
Uno di questi passando a fianco li cerc con lo sguardo, quindi appallottol un programma delle corse gettandolo nel sedile davanti a loro, quasi con un gesto di stizza oltre che di maleducazione.
Il capo della Omicidi sorrise.
Attesero per qualche istante che la tribuna si svuotasse e che gli scommettitori si riversassero verso il tondino, l'area dove si possono ammirare le operazioni di riscaldamento dei cavalli e dei loro fantini in vista della gara successiva, e soltanto quando furono certi che nessuno li potesse notare presero la pallina di carta, dispiegandola.
La calligrafia non era granch.
Il concetto chiarissimo: Porta Genova, ore 19, soli.
Andiamo a Porta Genova?
Erano le 17,40.
Iniziamo ad avviarci senza fretta, decise Ardig.
Presero per viale Caprilli e raggiunsero la circonvallazione ovest.
Deviarono in via Savona e da l in via Tortona, alle spalle della stazione ferroviaria.
Parcheggiarono proprio davanti all'edificio, dove lo stesso Ardig aveva abitato per anni, quando era bambino, con i genitori.
Si guard intorno.
Non soltanto alla ricerca di vecchi ricordi ingrigiti dal tempo.
Qualcosa non va?, domand Farris.
No, no. Sai che da piccolo vivevo l?
Indic il condominio, due palazzi disposti a L, nove piani ciascuno con un piccolo cortiletto imbellito da una fontanella incastonata in un quadrato di siepi con fogliame amaranto.
Ci sono molti studi fotografici in questi stabili. Girano molte modelle qui, aggiunse sempre in tono distratto.
Prima di approdare alla Omicidi aveva lavorato per qualche mese alla Narcotici e aveva bazzicato spesso in quelle vie, zeppe di locali e ristoranti caratteristici, mentre dall'altra parte dello spesso muro in vecchi mattoni rossi, coperti dai murales, c'erano i Navigli, il cuore della movida milanese.
Si avviarono verso la scalinata metallica che conduceva al vecchio ponte in ferro, che oltrepassava la ferrovia portando sul retro dello storico edificio tinteggiato di giallo, che ospitava Porta Genova.
La pi vecchia stazione ferroviaria di Milano, ricordava Ardig, risalente addirittura al 1870, ancora funzionante, come servizi ferroviari, per servire i pendolari diretti verso Pavia e Alessandria, anche se ormai pi utilizzata come fermata della sottostante linea verde della metropolitana.
Entrarono direttamente dalla banchina porticata che dava sui vecchi binari.
L'atrio non era molto ampio: sul lato destro la biglietteria, con due sportelli e macchinette automatizzate per l'emissione dei ticket per il metr. Sulle pareti i cartelloni incorniciati con gli orari delle partenze e degli arrivi dei convogli. In mezzo panchine per i viaggiatori. Sul lato sinistro un'edicola e una porta a vetri che immetteva in un bar che fungeva anche da tabaccheria.
Mancava quasi un'ora all'appuntamento.
Troppo. Rischiavano di dare nell'occhio.
Attraversarono l'atrio ritrovandosi nello spiazzo antistante all'entrata principale, dove sostavano i taxi.
Facciamo due passi sui Navigli.
Passeggiarono per via Vigevano, costeggiarono la Darsena voltando verso il Naviglio Pavese, scesero per un bel pezzo prima di risalire sul ponte pedonale di via Pavia, ripercorrere l'alzaia opposta, tornare verso la balaustra che dava sulla Darsena e da l tornare verso Porta Genova.
Un paio di chilometri di buona passeggiata per riordinare le idee, in religioso silenzio. E guardarsi indietro ogni tanto.
Una manovra che, ancora una volta, non era sfuggita all'attento collaboratore.
Paura che il Cardinale ci abbia messo qualcuno alle calcagna?
Il commissario indugi qualche secondo prima di rispondere.
Proprio cos. Non  da escludere che ci tengano d'occhio da quando abbiamo lasciato la tribuna dell'ippodromo.
Raggiunsero nuovamente lo spiazzo della stazione.
Entrarono nel bar con dieci minuti di anticipo.
Ordinarono due spremute d'arancia e si accomodarono a un tavolo nell'angolo pi lontano dal bancone.
Era un sabato di festa: non c'erano gli abituali pendolari che prendevano un aperitivo in attesa del loro treno. Gli avventori erano pochi: giusto alcuni pischelli della provincia, loro s in attesa del convoglio per tornare a casa.
Il Cardinale si materializz improvvisamente, dall'ingresso che dava sulla sala d'attesa della stazione.
Nessun guardaspalle a scortarlo.
Punt senza esitazione verso il loro tavolo e si accomod prendendo una sedia.
Con chi ho l'onore di parlare?
Formale, educato, sicuro.
Vicequestore Ardig, responsabile squadra Omicidi. E lui  l'ispettore capo Farris.
Un'espressione beffarda si dipinse sul vecchio boss della mala milanese.
Ho poco tempo.
Saremo brevi.
Assent, chiudendo gli occhi.
Toccava ai poliziotti fare la prima mossa.
Ieri  morto un pregiudicato napoletano, tale Carmine Pezzella, esord il commissario.
Pace all'anima sua, replic candido il Cardinale.
 morto sotto un treno, magari lo avr appreso dai giornali o dalla tv...
Non leggo i giornali. E non guardo la tv, lo stopp il malavitoso.
Prima di aggiungere: Non ne ho bisogno. Le notizie a me arrivano prima che a voi.
E che notizie le sono arrivate?
Che avete uno che  stato tagliato a pezzi e non sapete da che parte cominciare.
Tagliato a pezzi, mica male come definizione.
Il boss aveva gi calato sul tavolo il primo asso.
Evidentemente poteva contare su buone gole profonde.
Ardig decise di bluffare.
Abbiamo gi imbroccato la pista giusta da seguire.
Attese un secondo, poi riprese: Pezzella ultimamente bazzicava tanto l'ippodromo.
Anch'io lo bazzico tanto e conosco tutte le facce. E quando c' una faccia nuova, mi premuro di presentarmi, come ho fatto con voi oggi. E la faccia di questo Pezzella mica l'ho vista girare qui.
In realt non si era presentato con tanto di nome e cognome, ma in questa circostanza non occorreva.
Erano stati loro a cercare il Cardinale, mica lui a cercarli.
A noi risulta invece che questo Pezzella all'ippodromo ci veniva, e pure tanto...
La constatazione bluffatoria del poliziotto cadde nel vuoto.
Il boss lo ignor, continuando a giocherellare con un accendino di metallo pesante.
Insomma... che volete da me?, chiese brusco.
Lei controlla il giro di scommesse clandestine all'ippodromo. E a qualcuno questo non sta bene. Dicono che ci sia un napoletano della zona di San Siro...
E voi pensate che sia stato io a far uccidere questo Pezzella mettendo su tutto sto teatrino dei binari e del treno?
Esplose in una risata, sguaiata e volgare. Platealmente.
Non lo pensiamo. Non ancora, replic, gelido, Ardig.
Prima di aggiungere sibillino: Certo, se lo pensassimo... basterebbe trovare un pubblico ministero non molto sveglio, uno di quelli che se gli porti mezzo indizio emettono subito un mandato di arresto.
Si volt verso Farris.
L'ispettore toscano raccolse il testimone: Beh, certo... in quel caso... almeno qualche mese in cella in attesa dell'udienza, poi perquisizioni, ispezioni dei tabulati telefonici, dei movimenti bancari... A quel punto qualcosa salterebbe fuori di sicuro.
Non salterebbe fuori un bel niente. Non trovereste nulla, sentenzi sicuro il Cardinale.
Che intanto, per, aveva smesso di ridere e aveva perso quell'atteggiamento da persona annoiata e infastidita: l'atteggiamento di chi sta dedicando il suo tempo a due cialtroni qualsiasi.
Su questo non ci giurerei. Rovisteremmo da cima a fondo ogni angolo della sua vita. E all'ippodromo piazzeremmo pi sbirri che allo stadio la domenica. E il giro di scommesse crollerebbe.
Il malavitoso non si scompose e fece cenno con una mano al barman.
Doveva essere di casa in quel bar, perch qualche secondo dopo il cameriere si avvicin con un bicchiere colmo di liquido scuro.
Un amaro alle erbe a giudicare dall'aroma.
Ripeto la domanda: che volete da me?
Li guard fissi negli occhi. Sprezzante.
Mi dimostri che lei non c'entra con questo omicidio.
Il boss sorseggi l'amaro, senza battere ciglio.
Il commissario prosegu: Quel napoletano, quel Capece, vuole allargare il suo giro di affari all'ippodromo, manda in avanscoperta alcuni dei suoi uomini, lei si innervosisce e decide di dare una lezione a uno di questi per mandare un segnale forte a Capece. Guardi che con questo teorema qualsiasi pm la sbatte in galera.
De Vitis appoggi il bicchiere sul tavolo.
Poi si decise.
Se proprio volete saperlo io la lezione a Capece l'ho gi data. Due settimane fa abbiamo preso per le orecchie uno dei suoi. E lo abbiamo rimandato dal suo capo conciato per le feste. E da quel giorno non si  pi visto un napoletano nella zona nostra.
E con zona nostra voleva dire l'ippodromo, evidentemente.
Si ferm un istante.
Guardandoli nuovamente negli occhi, prima di sibilare: E questo Pezzella manco so chi fosse. State cercando nel posto sbagliato, credete a me.
E dove dovremmo cercare?
Il Cardinale fece per alzarsi.
Non abbiamo altro da dirci.
Ardig scosse la testa: chiaro che un malavitoso temprato dal carcere e dai codici deontologici dell'ambiente criminale non avrebbe mai spifferato nulla ai piedipiatti.
Eppure doveva tentare.
Aspetti non ho finito. Ci occorre un'informazione. Una sola.
Il malavitoso rispose con una mezza risata.
E che sono l'ufficio per le informazioni, io?
Il capo della Omicidi non rise.
No, ma se non mi aiuta potrei decidere di stanziare una decina dei miei uomini fissi all'ippodromo ogni giorno. Che ne dice?
Non disse nulla.
Ardig riprese: Non le chiedo di fare l'infame.
Giovanotto, faccio finta di non aver sentito. Meglio per lei.
Questa volta si alz davvero.
Il colloquio volgeva al termine.
Il commissario lo guard dritto negli occhi.
Sto aspettando una risposta.
Il Cardinale si chin leggermente.
State alla larga dall'ippodromo. Perdereste solo il tempo vostro. Non  roba per i denti vostri. Piuttosto...
Lasci in sospeso nell'aria la frase, facendola fluttuare per qualche secondo.
Piuttosto?
Chi ha fatto il lavoretto a questo Pezzella non  uno del giro nostro. Non perdete tempo con noi. Sbagliate strada.
Gli tese la mano. Un gesto distensivo.
E al contempo una dimostrazione di forza e di arroganza. Come dire, indagate pure sul sottoscritto.
Non ho paura di voi, ma con l'omicidio di Pezzella non c'entro.
Il commissario gli allung la mano a sua volta. Entrambi strinsero con vigore. Per un paio di secondi.
Alla fine il Cardinale la ritrasse.
Un lampo gli attravers gli occhi. Poi si allontan.
Lo videro scomparire nell'atrio della stazione.
Rimasero al tavolo per qualche altro minuto.
Per non dare nell'occhio.
Non pronunciarono alcuna parola.
Sostanzialmente non avevano cavato un ragno dal buco.
...
.
...
3. Milano, luned 9 dicembre 2013.
...
.
...
Alla fine del pomeriggio Ivan Lo Bello, nato carrozziere e diventato meccanico, amava restare in officina, da solo, con la compagnia della radio, per riordinare gli attrezzi dopo una giornata di lavoro e dedicarsi a sistemare vecchie auto d'epoca. La sua grande passione. Da alcuni mesi tra le mani aveva una Lancia Flavia rimediata tramite un fidato amico sfasciacarrozze.
Un vero gioiellino, rimasto ad arrugginire nel fienile di una cascina della Lomellina per quasi tre decenni.
L'aveva acquistata per due soldi e adesso, pezzo per pezzo, la stava risistemando: interni, motore, carrozzeria.
Un lavoro lungo e meticoloso.
Per una volta riportata ai fasti gloriosi dei primi anni Settanta quel capolavoro d'ingegneria, design e meccanica tutta torinese avrebbe fruttato anche 50mila euro, perch di appassionati di quel genere ne giravano tanti: imprenditori che compravano quelle ammiraglie del tempo che fu e poi la domenica andavano a sfilare ai raduni di auto d'epoca, cuccandosi applausi e suscitando le invidie degli altri collezionisti.
La Flavia lo aspettava con il cofano aperto: Lo Bello le gettava occhiate complici, intanto preparava le chiavi.
Da solo: i figli, come ogni sera, erano sgommati poco dopo le 18.
Il piccolo andava a giocare a pallone, il grande andava in palestra.
Lavoravano sodo ma alla fine erano due ragazzini ed era giusto che si godessero la vita. E la giovinezza. Almeno loro.
Giovane, tutto sommato, lo era anche lui, poich aveva da poco compiuto 44 anni, anche se ormai la sua giovent, con tutti gli annessi sbagli e conti pagati, era un ricordo sbiadito e ingrigito come le pareti della sua officina.
Stava per calarsi sotto la pancia della Flavia quando avvert dei passi. Un cliente ritardatario.
Si rialz per sentire cosa voleva.
Non fece in tempo a domandarglielo.
Un luned amorfo rotolava verso i titoli di coda.
Sulla mattanza di Quarto Oggiaro nessun passo avanti, complice l'omert del quartiere. E sullo scempio del napoletano buio assoluto.
Anche la Mobile aveva fatto le sue verifiche e pareva vero che Pezzella non bazzicasse l'ippodromo.
Inoltre c'era un referto stilato dal Pronto Soccorso del Pio Albergo Trivulzio in data 29 novembre, quando un uomo, Pino Acampora, si era presentato per ricevere cure per un trauma facciale, la frattura di due costole e del radio sinistro.
La versione fornita all'agente di turno nel presidio ospedaliero era la pi classica: era caduto dalle scale.
Ne era seguita una breve e svogliata indagine: questo Acampora era un pluripregiudicato napoletano, residente in viale Mar Jonio.
Il Cardinale aveva detto la verit: era lui, Acampora, che si era buscato la lezione che doveva servire di monito al clan Capece.
Questo non escludeva che in seguito il Cardinale avesse deciso di reiterare la lezione, aumentandola d'intensit, con il terrificante omicidio di Pezzella, anche se Ardig su questo era scettico.
Troppo odio, troppa crudelt, troppo complicato.
Se De Vitis avesse voluto mandare un segnale forte avrebbe preso Pezzella, lo avrebbe fatto pestare e strangolare e poi avrebbe recapitato il corpo sotto casa di Capece. Senza inventarsi quella ghigliottina su un binario dimenticato da ogni Dio.
Ancora una volta il menefreghismo lo assal.
Sentiva di non avere pressioni interiori a spingerlo a indagare un delinquente ucciso da altri delinquenti per ragioni loro, nell'indifferenza dell'opinione pubblica.
Milano non piangeva Pezzella, anzi forse non lo piangeva nessuno.
Esattamente come i due boss freddati a novembre a Quarto Oggiaro.
E allora perch doveva sbattersi proprio lui a cercare la verit?
Il telefono dell'ufficio squill a distoglierlo da quelle poco edificanti elucubrazioni.
Via Varsavia. Un'altra zona della City catalogabile come deprimente.
Una striscia di asfalto lunga un chilometro che corre parallela dietro la circonvallazione est.
Da una parte edifici degli anni Sessanta, facciate scrostate, balconi zeppi di antenne e lenzuola stese.
Sotto, un marciapiede deserto, un paio di bar e nemmeno un po' di verde, neppure una siepe per sbaglio.
Dall'altra parte l'imponente area dei Mercati Generali, il cuore dei rifornimenti dei centri commerciali spuntati come funghi e dei piccoli esercizi commerciali che ancora sopravvivono a fatica.
Ogni mattina, anzi ogni alba,  l che arrivano centinaia di camion da ogni angolo dello Stivale zeppi di verdura, frutta, carne e pesce.
Ad accoglierli centinaia di facchini, alcuni assunti con contratti farlocchi da cooperative, molti altri giornalieri, reclutati da padroncini che li selezionano verso le 5 del mattino davanti ad alcuni bar conosciuti nel giro.
Balcanici in prevalenza, ma anche sudamericani o africani dalla pelle scurissima.
Poveracci che si spezzano la schiena per otto o dieci euro all'ora, quando va bene, e senza uno straccio di contributi o assicurazione.
Un mercato nero di carne umana, sotto gli occhi di tutti.
Ogni tanto la Finanza e la Asl intervengono e il giorno dopo la moderna schiavit retribuita cessa, per ricominciare il giorno dopo ancora, esattamente come prima.
Pertanto inutile intervenire, solo tempo perso.
L'officina di Ivan Lo Bello era proprio l, all'inizio di via Varsavia, quasi all'angolo con via Lombroso.
Da fuori un buco con una serranda fatiscente.
Dentro l'ambiente era pi ampio di quanto ci si attendesse dall'esterno: doveva trattarsi di un vecchio magazzino.
Poteva ospitare fino a quattro veicoli, oltre al ponte levatoio per le riparazioni e a un gabbiotto in plexiglas, due metri per due, che fungeva da ufficietto amministrativo.
Sulle pareti, come in ogni officina che si rispetti, poster di donne nude e calendari delle solite starlette di turno: sopra la cassettiera degli attrezzi splendeva il corpo giunonico di Raffaella Fico, la mancata signora Balotelli, mentre poco pi in l sopravvivevano dagli anni Novanta Monica Bellucci e Manuela Arcuri all'apice della loro sensualit.
E poi poster della Juventus, di Del Piero, di Buffon, e della Nazionale.
Sull'altra parete cataste di pneumatici e una porticina che immetteva in un microscopico cesso, con la turca e un lavabo ingiallito e maleodorante.
La vittima era accasciata vicino a un'elegante berlina degli anni Settanta con il cofano spalancato, riversa sul fianco destro, con il braccio sinistro acciambellato sul petto.
Un tunnel in fronte aveva sparso sangue e materia cerebrale sulla fiancata della vettura d'epoca.
Sul pavimento era colata l'urina del meccanico. Un colpo solo lo aveva trapassato da una parte all'altra.
Preciso. Chirurgico. Pulito.
Un lavoro da professionista. Un'esecuzione in piena regola.
Gi esecuzione, perch tanto per cambiare era questa la pista da privilegiare.
Lo consigliava il terminale del Viminale sputando il casellario giudiziario del morto: precedenti per rapina a mano armata, furto, effrazione, detenzione abusiva di arma da fuoco.
Scorse velocemente la scheda: i reati risalivano alla fine degli anni Ottanta, quando Lo Bello aveva appena valicato la fatidica soglia della maggiore et, quando le bravate si trasformano in reati.
Condannato per cinque rapine, si era fatto dentro quasi tre anni, quindi la solita trafila di affidamento ai servizi sociali e reinserimento.
Poi basta, nessun problema con la giustizia, manco una multa.
Evidentemente la lezione giovanile era servita. Aveva fatto le sue cazzate, le aveva pagate e da quel momento aveva rigato dritto.
Fino a un certo punto, per. Altrimenti ora non sarebbe stato l, a indurirsi su un pavimento sporco e freddo.
L'anagrafe telematica raccontava che era residente in viale Ungheria, sposato con tale Simona Colasante e aveva due figli di 20 e 17 anni dagli improbabili nomi hollywoodiani: Kevin e Bruce.
Proprio cos: Kevin Lo Bello e Bruce Lo Bello.
Roba da denuncia al telefono azzurro.
Usc a fumarsi una sigaretta e a riflettere.
Fuori dall'officina un piccolo cordone di agenti stava tirando il nastro di nylon per delimitare la scena criminis.
Precauzione inutile da un punto di vista investigativo, in quanto il delitto era avvenuto all'interno, mica sul marciapiede.
Ma almeno evitavano che la ressa dei curiosi li importunasse.
Gli agenti Foglia e Zanella erano mischiati alla gente, per raccogliere informazioni e magari qualche testimonianza insperata.
Alla prima bionda ne segu una seconda.
Guardava, Ardig. E dall'altra parte della strada vedeva i muri che delimitano il perimetro immenso dei mercati generali.
Gi, i Mercati Generali, dove Pezzella lavorava come mulettista. Una coincidenza, perch tra i due delitti non vedeva un nesso, al di l del fatto che entrambe le vittime erano pregiudicate.
Nient'altro, perch una vittima era stata torturata lentamente e poi tranciata da un treno a nordovest della citt e l'altra era stata eliminata con rapidit e freddezza con un colpo in fronte a sud-est della citt.
No, non c'era alcun nesso.
L'agente Foglia lo avvicin.
Nulla di che, dicono che i due figli lavoravano qui in officina. Il tipo pare fosse un abitudinario, la sera congedava i figli e rimaneva a lavorare da solo fino alle venti, per mettere a posto auto d'epoca che poi rivendeva a buon prezzo a collezionisti o appassionati. Era uno a posto, andava al bar a farsi il caff e l'amaro, parlava di calcio e non aveva mai avuto problemi, sintetizz l'agente.
Un problema invece lo aveva avuto, eccome: aveva fatto un frontale con una pallottola sputata da una pistola di grosso calibro che gli aveva trapassato il cranio e ora stava a irrigidirsi su un pavimento gelato. E il problema ora era loro, perch dovevano scoprire chi era stato e perch.
Niente interrogatori, poche domande: la famiglia Lo Bello aveva incassato la notizia dell'uccisione del loro caro chiudendosi nel silenzio e nel pianto.
La moglie, giovane, sulla quarantina, pareva quasi la sorella maggiore dei ragazzi: magra, in tuta, coda di cavallo a raccogliere una chioma castana.
I figli, due classici esemplari del nostro tempo e delle nostre periferie: cresta da iguana, orecchini, tatuaggi sul collo e sugli avambracci, felpe con cappuccio, espressioni da bulletti ringhiosi.
Lui, il padre, Ivan Lo Bello, in foto appariva come un bell'uomo, con un sorriso pulito e l'espressione serena di chi non ha pi conti in sospeso con la vita.
Decise di soprassedere e rimandare al giorno successivo la ricerca delle risposte alle tante domande che gli frullavano in mente.
Abbandon quella casa in lutto e riguadagn la strada.
Viale Ungheria, un altro lembo estremo della periferia, tra la tangenziale est e Corvetto.
Una sorta di piccola cittadella autonoma.
Case popolari, alcune stile termitai, e sotto negozietti di quartiere.
Secondo alcuni un'altra zona degradata, ma Ardig non la vedeva cos: l, in quel piccolo mondo isolato, tutti si conoscevano, erano quasi tutti immigrati meridionali, erano quelli che aveva contribuito con il loro umile lavoro in fabbrica e nei cantieri a realizzare la sfavillante Milano da bere, le cui luci del centro brillavano fino a l.
E ai vecchi immigrati, siciliani e calabresi, si erano aggregati i nuovi, quelli dei Carpazi o delle Ande, anche se ognuno viveva per conto suo, in un melting pot che ancora non stava funzionando.
L'indomani sarebbe tornato per tastare il polso ai commercianti e agli anziani.
Sent l'HTC vibrare in tasca.
L'amico giornalista Federico Malerba.
Sei l in via Varsavia?
Non pi. Sono in viale Ungheria, dove abitava la vittima.
Mi confermi che si chiama Ivan Lo Bello, 44 anni, di professione meccanico?
S, comunque tra poco esce il comunicato del procuratore con tutte le generalit della vittima.
Anticipami qualcosa, dai... Aveva precedenti giovanili, per aveva messo la testa a posto e sembra fosse regolare. Gli hanno sparato in fronte, un colpo solo.
Regolamento di conti?
Cos sembra. Domani mettiamo a soqquadro l'officina e rovistiamo sul passato e sul presente della vittima e vediamo se salta fuori qualcosa.
Non sembri convinto, obiett Malerba.
Non lo sono, magari  stato un testimone scomodo di qualcosa che non avrebbe dovuto vedere. Oppure c' dietro una storia di racket o usura. Dammi tempo di indagare.
Va bene. E se pi tardi ti va una birra, io stacco tra un'ora.
Erano quasi le 22,30.
A casa non c'era nessuno ad aspettarlo, se non quattro pareti spoglie e un frigo dove due uova e una scatola di piselli morivano di solitudine.
D'accordo, passo in commissariato a recuperare Frog e vengo sotto il giornale. A dopo.
Contrariamente a quanto racconti la vox populi Milano la sera va a letto con le galline.
I locali aperti ci sono, in corso Como soprattutto, ma per il resto le saracinesche si abbassano quando termina la prima serata televisiva.
Malerba per della Milano by night era un vero esperto: uscendo dalla redazione quasi sempre dopo le 23 si era adattato a scoprire le paninoteche o le birrerie che potevano sfamarlo anche quando scattava il coprifuoco dell'ora delle streghe.
Mollarono la macchina di servizio, con tanto di paletta del ministero degli Interni in bella vista, vicino all'ex teatro Smeraldo e si incamminarono proprio in corso Como, sfilando davanti ai disco pub presidiati dai soliti buttafuori con i muscoli strizzati in completi scuri e camicia bianca.
Oltrepassarono il cuore della movida per inerpicarsi su una scalinata da poco inaugurata e immettersi nel cuore di un nuovo volto di Milano, la futurista piazza Aulenti, una serie di torri vetrate a circondare una piazza artificiale, sopraelevata. Al centro una fontana open, senza bordi, con spruzzi a intermittenza che castigavano gli sprovveduti turisti giapponesi: si infilavano convinti che gli zampilli fossero disattivati salvo poi ritrovarsi inondati dal basso verso l'alto dagli improvvisi getti.
Una fetta di Manhattan trapiantata nel cuore di Milano, a due passi da altri scenari avveniristici come la nascitura Citt della Moda laddove negli anni Settanta e Ottanta c'era il mitico luna park Le Varesine e dall'altro lato, dietro alla stazione Garibaldi, le nuovi torri di Palazzo Lombardia, sede del governo regionale, e il cantiere aperto nello storico quartiere Isola.
Ancora un anno e Milano avrebbe terminato di rifarsi il look in vista del gran gal dell'Expo del 2015.
Nuove tangenziali e autostrade fuori dai confini cittadini, due nuove linee di metropolitana sotto i marciapiedi urbani e un centro rinnovato con grattacieli newyorkesi e lounge bar per accogliere i turisti attesi da tutto il mondo.
Tra le novit della nuova piazza Aulenti, inaugurata nell'estate precedente, anche una libreria-enoteca dall'insegna suggestiva Read, Eat&Dream, un luogo unico dove prendersi un libro, mettersi a un caratteristico tavolo di legno rustico e assaporare un ottimo calice di rosso o di bianco accompagnato da un tagliere di affettati e da qualche piatto rinomato o di moda, come le zuppe ai cereali tanto gettonate in quel freddo inverno.
Rinunciarono a leggere, e pure a sognare, accontentandosi di mangiare e bere: Malerba scelse davvero una zuppa di farro e ceci, Ardig prefer puntare su un filetto al pepe verde e chiese della carne trita per Frog.
Pochissimi clienti, il personale era assonnato e sbadigliante e contava i minuti che lo separavano dalla chiusura, fissata per le 00,30.
Meno di un'ora, se la fecero bastare, spazzando via la zuppa e il filetto e una bottiglia di Rosso di Montalcino.
Poi due passi nel freddo silenzioso di corso Como e corso Garibaldi, dove, sotto i funghi davanti ai pub, resistevano gli ultimi reduci della vita serale di un luned gi diventato marted, a circa sei ore dalla sveglia delle persone normali che alle sette si alzano per infilarsi nella metropolitana o imbottigliarsi in auto nel traffico delle circonvallazioni.
I due amici parlottarono del pi e del meno, tirando le somme di un 2013 che andava in archivio senza grandi rimpianti per entrambi.
L'anno dei quaranta li aveva costretti a tirare un bilancio onesto e spietato su un'esistenza inconcludente.
Ardig, prigioniero del suo carattere scontroso e ostile, continuava a nutrirsi di un lavoro che lo metteva al contatto con il male e con il volto peggiore di ogni uomo, quello legato alla morte, interpretata attivamente dagli assassini e passivamente dalle vittime. Si ostinava a vegetare in una casa che non aveva mai arredato, in una Milano in cui non aveva mai messo radici in pi di trent'anni di permanenza , staccando un giorno dietro l'altro dal calendario, mese dopo mese, anno dopo anno.
E Malerba, prigioniero delle sue debolezze e della sua indecisione, non stava meglio, anzi: da troppo tempo era innamorato di una donna perennemente ancorata allo status di fidanzata e poco intenzionata a fare quel passo in avanti verso una convivenza e una famiglia, si barcamenava con un lavoro che stava in piedi con lo sputo, vista la crisi che aveva travolto l'editoria in generale e il suo piccolo quotidiano regionale in particolare, e aveva opache prospettive per il futuro.
Si sfogarono a vicenda, si compiansero a vicenda, poi Frog scelse un palo da innaffiare: il segnale che poteva calare il sipario su un'altra giornata da cestinare. Senza rimpianti.
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4. Milano, marted 10 dicembre 2013.
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Per ricostruire il profilo di una persona precocemente transitata a miglior vita nulla  pi importante della sua situazione patrimoniale.
Perch sono i soldi il vero termometro per capire se un uomo in bilico ha superato o meno la linea del lecito e del consentito.
Pezzella e Lo Bello erano entrambi uomini in bilico e quella linea in passato l'avevano oltrepassata: Pezzella abitualmente, Lo Bello solo nel furore degli anni dell'immaturit giovanile.
Ora le loro rispettive schede erano appoggiate l'una di fianco all'altra sulla scrivania di Ardig.
Insieme ai loro estratti bancari e catastali.
Che raccontavano storie diverse.
Pezzella non se la passava affatto bene.
Duemila euro sul conto, il resto doveva averlo dilapidato in auto veloci, la sua grande passione, e forse in altri vizi.
Magari in puttane, poich la trasandata moldava che gli scaldava il letto non dava l'idea di una donna che fa sognare il suo uomo.
Sicuramente in cocaina, perch l'esame tossicologico confermava che era un consumatore abituale.
Lo Bello invece se la passava bene.
Una casa di propriet in viale Ungheria, acquistata nel 2008 con un mutuo ventennale che stava onorando, nonostante una rata mensile superiore ai 500 euro, e un affitto di altri 800 euro mensili per lo spazio da cui aveva ricavato l'officina.
Contratto di locazione regolare, con scadenza nel 2016, e canone regolarmente saldato ogni mese.
Senza contare le bollette, un'altra botta da 500 euro al mese perch riscaldare e illuminare quell'officina non era uno scherzo, senza contare i compressori e gli altri attrezzi che drenavano corrente.
Ogni mese partiva da meno 1800 euro, eppure sul conto bancario ce n'erano oltre 30mila, su quello postale altri 15mila vincolati e dall'officina ricavava due stipendi mensili da 1200 euro netti, con tanto di contributi per apprendisti, per i due figli, Kevin e Bruce.
Fece due conti: solo i due ex pargoli cresciuti gli costavano pi di 3000 euro al mese, aggiunti ai 1800 era gi a quota 5000.
E poi c'era la vita, quella che un piccolo conto lo esige tutti i sacrosanti giorni: il frigorifero da riempire, i vestiti, i caff, le bollette e via dicendo, tradotto un altro migliaio di euro.
L'asticella era salita a 6000 euro mensili come minimo, ragionando solo di guadagno netto, non di ricavato lordo da cui detrarre le spese dell'officina per attrezzi e via dicendo.
Un tenore di vita da dirigente di multinazionale o da chirurgo.
Per quello non indossava il completo grigio di Caraceni o il camice e la mascherina, ma una tuta blu sporca del grasso di una carrozzeria sperduta nella periferia pi nascosta.
Richiese al sostituto procuratore un supplemento di indagini bancarie e notarili: doveva scoprire il perch di tanta fortuna economica.
Viale Ungheria lo stava aspettando.
Insieme al loquace Santoni si fece il giro dei bar.
Lo Bello? S un brav'uomo, uno che lavora e si fa i fatti suoi.
I figli? Come tutti i giovani, teste calde, ma neanche tanto.
Due ragazzi che lavorano e al massimo si fanno una canna e ogni tanto si menano al bowling con quelli di Calvairate. Solite cose.
Niente di che, d'altronde non si aspettava rivelazioni roboanti.
Decise di puntare sull'abitazione del morto.
L'impresario delle pompe funebri era gi al lavoro e stava listando a lutto il portone del condominio: sei piani che si inerpicavano verso un tetto spianato. I Lo Bello abitavano al terzo piano.
Salirono a piedi da una scala in mattonelle scadenti e corrimano sverniciato.
La porta dell'uscio aperta, come  normale che sia per una casa dove c' un morto.
Solo che il morto non c'era: era all'istituto di Medicina Legale, dove lo stavano sezionando e dove pi tardi sarebbe passato anche Ardig.
La signora Colasante in Lo Bello era tutta fasciata di nero: scarpe nere con tacco medio, collant neri, gonna nera e un maglione a bottoni sempre nero.
Struccata e con la solita coda di cavallo, le occhiaie a scavarle il viso.
Intorno parenti, amici e vicini di casa.
Dalla carta d'identit risultava essere del 1973.
Proprio come Ardig e Malerba.
Il commissario la scrut. Gli occhi acquosi raccontavano la storia di una vita normale, quella di tutti: un lavoro, in questo caso da cuoca in una cooperativa che aveva in appalto la mensa di una casa di riposo nella vicina via Mecenate, un'abitazione modesta ma pulita, due figli ormai quasi uomini e un marito ucciso senza un perch.
S perch anche per lei quell'omicidio era un mistero.
Un vero fulmine nel cielo di un'esistenza serena. Perch Ivan non era uno che si teneva le cose dentro. Quando aveva dei problemi glielo leggevi in faccia. E lui problemi non ne aveva. Stavamo progettando un piccolo viaggio ad Assisi per Natale: io sono credente e lui mi voleva fare contenta, riassunse la donna, sforzandosi di non cedere al pianto che la incalzava.
 sicura che non fingesse? Magari aveva dei debiti oppure qualcuno che lo minacciava, insistette Ardig.
No, davvero. I problemi lui li aveva avuti tanti anni fa. Poi basta. Per questo le dico che sono sicura, lo avrei capito subito. E non c'erano problemi di soldi, controlli i nostri conti e vedr che abbiamo dei bei risparmi. Aveva gi controllato e lo sapeva e il punto era proprio questo.
Avete quasi 50mila euro sui conti e suo marito pagava gli stipendi ai figli, il mutuo della casa, le spese dell'officina. Come diavolo faceva?, la tartass Ardig.
Facendosi il culo - sbott la vedova - stava in officina dodici ore al giorno e pure il sabato. C'aveva tanti clienti e poi con quei rottami che rimetteva a nuovo ma lo capisce quanto ci faceva? A volte anche trentamila euro. E su quei soldi ci pagava pure le tasse. Controlli, controlli pure.
Avrebbero controllato, questo era sicuro.
E minacce? Magari qualcuno gli chiedeva il pizzo.
La Colasante scosse la testa. E pigi il tasto sbagliato.
A mio marito? Era stato in galera e aveva tanti amici. Nessuno si sarebbe sognato di ricattarlo.
Mi sta dicendo che suo marito continuava ad avere frequentazioni con la malavita?
No, no. Cos'ha capito? No, volevo dire che a uno che  stato in galera nessuno chiede il pizzo. Funziona cos, cosa crede che non lo sappia io come vanno le cose in questo quartiere? Qui non siamo mica a Brera.
Decise di non insistere. Una mezza ammissione dalla bocca della vedova era scappata.
Ora bisognava spremere i figli, ma senza fretta: prima voleva acquisire lo storico dei movimenti bancari del defunto meccanico.
Proprio in quell'istante ricevette un sms, inviato dall'ispettore Pinton.
Grosse novit da perquisizione officina.
Allung la strada fino a via Varsavia per conoscere queste grosse novit.
Ad attenderlo nell'officina c'erano Pinton, l'agente Larini e il commissario Michele Sironi della Squadra Mobile, insieme a un piccolo esercito di tecnici della Scientifica addetti alla perquisizione e ai vari rilevamenti strumentali come l'esame del luminol per scovare tracce ematiche sulla scena del crimine.
Le novit non arrivavano da loro: nessuna traccia ematica se non quelle del dissanguamento della vittima.
A conferma che si era trattato di un'esecuzione pulita. E rapida.
Avevano repertato il bossolo di una Glock e non avevano altro da aggiungere.
Le grosse novit promesse da Pinton arrivavano dalla perquisizione effettuata dalla Mobile: sotto il ponte per le riparazioni, occultata da un tappeto assorbi-olio, c'era una botola che apriva una sorta di vasca sotterranea cui si accedeva con una scaletta metallica.
L sotto, in quel pozzo scuro illuminato da una lampada al neon, c'erano un'infinit di pezzi meccanici e ricambi che ad Ardig non dicevano nulla, mentre a Pinton, grande appassionato di motori, dicevano tutto.
Con questa roba puoi trasformare una Micra in un bolide da 240 l'ora. Guarda qua. Qui c' tutto per truccare la testata del motore e potenziare ammortizzatori, freni, sospensioni... e poi guarda queste gomme da corsa.
Il capo della Omicidi si osserv intorno: c'erano persino dei volanti tipici da auto da competizione.
Ecco come arrotondava il salario da meccanico il buon Lo Bello: preparando vetture da corsa.
Ma per andare la domenica a girare sul circuito di Monza?
Il commissario Sironi lesse i suoi pensieri: Intorno all'Idroscalo di notte vengono organizzate corse clandestine. Questa  una delle officine dove truccano le auto.
Il movente per un bel delitto era l, in quella cantina occultata.
Buffo, tre giorni prima indagava sul giro delle corse dei cavalli, ora su quello delle auto truccate.
Avevano in mano qualcosa, ora dovevano concretizzarlo in prove.
Come? I figli, erano loro l'anello debole della catena.
Impossibile non sapessero nulla.
Per erano solo due ragazzi, incensurati, che avevano appena perso il padre. Uno scrupolo umano si insinu tra i ragionamenti dell'investigatore. Si volt verso Sironi per consultarsi.
Tu che dici di fare?
Possiamo informare il pm di quanto emerso. Anzi dovremmo informare il pm... a quel punto far chiudere l'officina, aprir un fascicolo anche sui figli e potremo indagare con ogni mezzo.
E arriveremo a qualcosa secondo te?, lo stuzzic Ardig.
Ne dubito. Le corse clandestine sono come i rave party. Piccoli mondi chiusi, dove non girano poi tanti soldi. Pochi fanatici le organizzano, fanno scattare il passaparola, fanno la corsa, scommettono, saldano i vincitori e spariscono e per un po' non si fanno pi vedere. E poi tolte le infrazioni al codice stradale - termin il pensiero il collega della Mobile - non commettono veri reati a meno che non scoppino risse o non ci sia il botto.
In compenso metteremmo nei guai i figli che sono incensurati e diventerebbero disoccupati..., aggiunse Ardig.
E quindi cosa suggerisci?, ribalt la domanda Sironi.
Diamo un'opportunit ai ragazzi. Domani convoco quello maggiorenne e lo spremo. Se collabora e mi fornisce una vera traccia per arrivare all'assassino ci dimentichiamo di quanto abbiamo scoperto in questa officina. Altrimenti procediamo come da regolamento e facciamo verbale su tutto questo.
Sironi scosse la testa.
Il figlio l'ho visto. Un bulletto che fa il duro, non mi pare uno che collabora quello.
Questa volta Ardig si prese qualche secondo prima di rispondere.
E allora vediamo di ammorbidirlo. Tu adesso vai a prenderlo con una volante e lo porti qui, mostrandogli la nostra scoperta e snocciolandogli le conseguenze penali in cui pu incappare. E io lo faccio convocare per domani mattina da me in commissariato. Cos avr una notte per macerarsi nei dubbi e magari consultarsi con un buon avvocato che gli spiegher che l'officina  fregata: se viene ben consigliato capir che gli conviene collaborare.
Stavolta Sironi annu.
Facciamo cos. E ricordati che mi devi un favore.
Gi che era in zona est decise di passare all'Istituto di Medicina Legale.
Senza il titolare, Brasca, il numero due, Salerno, faceva viaggiare il lavoro a ritmi autostradali: anche il cadavere di Ivan Lo Bello era stato sezionato e gi riposto nella cella frigorifera dove avrebbe atteso il via libera del pubblico ministero per essere restituito alla famiglia per le esequie funebri.
E anche il resoconto era celere come mai accadeva con Brasca.
Quel corpo non aveva nulla da dirci. Negativo l'esame autoptico: nessun trauma osseo, nessuna ecchimosi, nessuna patologia. Chi lo ha ucciso non lo ha toccato n prima n dopo avergli trafitto il cranio con quel proiettile. E negativo - chios l'anatomopatologo - anche l'esame tossicologico: la vittima non assumeva farmaci o sostanze stupefacenti. Non ho altro da comunicarle.
Rapido ed essenziale. Ardig lo ringrazi e si spost in tribunale.
Per due incontri.
La prima visita era a Gustavo Todeschi, il Kojak della procura.
Un eterno yuppie fanatico del fitness e del tennis, abbronzato dodici mesi l'anno, sempre con la cravatta allentata: il classico rampante perennemente alla ricerca di un caso che lo faccia esplodere sulla ribalta mediatica.
Peccato che le indagini sull'ex premier fossero esclusiva altrui e che a lui toccasse fare luce su un oscuro omicidio di un meccanico di periferia.
Si fece resocontare sulle novit emerse dalla perquisizione.
In quell'ufficio faceva un freddo polare, eppure il magistrato era in camicia con le maniche rimboccate come in estate nell'indomito tentativo di scimmiottare Obama o Renzi.
Ardig, infreddolito, decise di sbrigarsi e diede la versione concordata con Sironi: sostanzialmente non avevano trovato nulla, ma sospettavano che il meccanico arrotondasse come ricettatore, un movente ancora debole per giustificare un delitto.
Domani sentir il figlio maggiore, che sono convinto ne sappia di pi. Mi serve qualche giorno, lo avvert il commissario, invitandolo a pazientare.
Todeschi sbuff accarezzandosi la crapa pelata: non aveva alternative e doveva accettare i tempi dell'indagine.
Attravers il corridoio e buss alla porta dell'altro magistrato con cui doveva interagire.
La segretaria di Deborah Pollini lo fece accomodare dopo meno di un minuto: lo accolsero un rilassante profumo di lavanda, un bel tepore garantito da un piccolo ma potente deumidificatore e il fascino pieno di una donna matura, issata su un tacco dieci, avvolta in una gonna nera aderente e in una camicia violetta di raso che accarezzava la sua quinta di seno sorretta dal solito reggipetto rinforzato, con il canonico bottone di troppo allentato, giusto per garantire un'abbondante visione di quella grazia.
Come tutti gli interlocutori maschi che entravano in quell'ufficio anche Ardig fece precipitare lo sguardo proprio l, nella scollatura, per qualche secondo di troppo.
Lei sorrise, d'altronde era quello che voleva.
Da lui e da tutti gli altri maschietti. Farsi vedere e ammirare, farli girare quando ancheggiava sinuosa nei corridoi. Farli sognare. Farsi desiderare, da tutti, nessuno escluso.
Con lui era andata oltre, concedendosi: erano finiti a letto.
Anzi no, a letto mai: una volta su un tavolo e un'altra su un divano.
E un vecchio adagio popolare recita che non c' due senza tre, anche se erano passati due anni e mezzo da quelle due scopate animalesche.
Eppure una corrente istintiva e passionale continuava ad attraversarli e in quel frangente la avvertirono entrambi.
Lo invit a sedersi.
Poche le novit sul caso Pezzella, eppure il commissario tendeva a escludere la pista dello scontro tra clan per spartirsi la magra torta del controllo delle scommesse in nero all'ippodromo.
E allora perch infierire cos tanto su quell'uomo?, domand lei, ancora sconcertata al ricordo di quanto visto poche mattine prima.
 questo che non mi torna. Pi che un regolamento di conti o un delitto di mala mi sembra un omicidio dettato da odio personale, forse Pezzella aveva un vecchio conto da regolare con il suo passato. Stiamo indagando a tutto tondo, tuttavia in un ambiente omertoso come quello non  facile.
Lo capisco, convenne lei con un'inattesa solidariet.
Tornarono a cercarsi con gli occhi, quasi ad annusarsi.
L'aria torn a saturarsi di quella loro corrente.
Non parlarono. Si studiarono qualche istante.
Era lei la cacciatrice e lui la preda? O il contrario?
Il telefono della scrivania del magistrato squill frantumando quella tranche che li aveva incollati a quell'attimo.
Si salutarono con una stretta di mano. La corrente era fuggita via.
...
.
...
5. Milano, mercoled 11 dicembre 2013.
...
.
...
Mai al commissario Ardig e alla sua squadra di investigatori era capitato di veder arrivare un testimone o un sospettato accompagnato dalla madre, come accadeva a scuola agli scolari monelli. Quella mattina per era capitato.
Il giovane Kevin Lo Bello, vent'anni da poco compiuti, cresta alla El Shaarawy sorretta da un'impalcatura trasparente di gel, tempie rasate come un rapper nero, due brillanti ai lobi e uno sulla lingua, tatuaggi tribali sull'avambraccio destro, si era presentato scortato dalla madre, Simona Colasante, composta in un completo scuro, ferma nel suo volto struccato e pallido e per nulla intenzionata a lasciare solo il figlio.
Ardig riflett un istante: forse la presenza della donna poteva tradursi in un vantaggio. E cos la fece accomodare.
Part lui, snocciolando quanto emerso durante la perquisizione e quanto sarebbe accaduto nelle ore successive:  chiaro che il magistrato decreter la chiusura in via cautelare dell'officina, ma con queste prove state certi che vi far calare la saracinesca per sempre. E naturalmente indagher te - si rivolse a Kevin - per favoreggiamento, ricettazione e associazione a delinquere e ovviamente l'indagine coinvolger anche tuo fratello Bruce. Per te ipotizzo una condanna anche fino a cinque anni, tuo fratello, essendo minorenne, se la caverebbe con un paio di anni. Cos vi ritroverete disoccupati e con la fedina penale sporca. Non siete messi bene.
Termin e attese che l'ultimo avvertimento piombasse sulle spalle del giovane Kevin, la cui cresta restava alta per il gel, anche se la testa era china e lo sguardo basso.
Come previsto fu la madre a intervenire: Commissario... cos lei ci rovina.
No, non vi rovino io,  stato suo marito a mettervi in questo guaio. Ma forse posso aiutarvi. A me non frega niente di chiudere un'officina e far indagare due ragazzini: io voglio prendere l'assassino di suo marito.
Lo esplicit in tono conciliante, quasi incoraggiante.
La donna dimostr la sua pragmatica concretezza: Che cosa vuole sapere?.
Chi ha ucciso suo marito e perch.
Lo vogliamo sapere anche noi. E se quelli - ribatt la vedova ricorrendo al plurale riferendosi ai presunti assassini - adesso volessero colpire anche noi? Mica abbiamo la scorta...
Pareva sincera e tutti i torti non li aveva.
Non potevano escludere che il killer o i suoi mandanti meditassero un'ulteriore ritorsione contro la famiglia della vittima, tuttavia l'esperienza e il buon senso tendevano a escluderlo.
Per questo dovete aiutarmi, anche nel vostro interesse.
La donna annu, indicando il figlio.
Che ripet la domanda della madre: Che cosa vuole sapere?.
Tanto per cominciare chi vi forniva i pezzi per truccare le auto da corsa.
Il ragazzo abbass nuovamente lo sguardo.
Kevin non hai capito, o mi aiuti davvero o ti faccio chiudere l'officina e ti mando a processo. Ti  chiaro?
Questa volta il tono era duro e intimidatorio.
La madre gli diede una pacca per incitarlo.
Uno... uno che fa lo sfasciacarrozze.
Uno chi? Voglio in nome e l'indirizzo.
Si chiama Zlatan, il cognome non lo so.  uno slavo, ha un deposito di auto e di rottami dietro la tangenziale, all'Ortica. Non so altro, l'ho visto un paio di volte quando ho accompagnato mio padre. Lui procurava i pezzi che mio padre gli ordinava. Ma se viene fuori che ho parlato...
Non verr fuori, hai la mia parola. Piuttosto, questi pezzi Zlatan come se li procura?
Che ne so... gli arrivano e lui li passa a chi glieli chiede. Non so altro.
Bene, un'altra domanda: tuo padre aveva nemici? Magari nel giro delle corse?
No, no. Molti sono ragazzi giovani, della mia et. Sono tutti contenti, le macchine da noi diventano missili e si spende poco, per questo vengono da noi, rispose con una punta di ingenuo orgoglio.
Pensaci bene. Qualcuno che non aveva pagato o si era lamentato delle prestazioni dell'auto.
No, nessuno.
Tuo padre aveva debiti con qualcuno? Magari con questo Zlatan? Oppure scommetteva anche lui?
No, non ha capito. Non c'erano problemi. Zero su zero.
Se fosse cos nessuno si sarebbe preso la briga di sparargli in fronte. Lo capisci? Sforzati, un litigio con qualcuno, anche al bar...
Il giovane si impensier.
Come se faticasse a ragionare. O a ricordare.
Boh, qualche mese fa c' stato uno con cui ha litigato al bar... l vicino all'officina...
Chi era?
Non lo so, quando sono arrivato mio padre parlava con questo tipo, anzi discuteva, erano molto nervosi e stavano quasi per afferrarsi per il collo. Poi mio padre mi ha visto che mi avvicinavo e l'altro se ne  andato senza dire una parola.
E suo padre come ha motivato quella discussione?
Niente, non aveva voglia di parlare. Mi ha detto che era un infame, uno con cui lui non ci voleva avere nulla a che fare.
E ti ricordi com'era fatto? No, cio s, grasso, scuro, ma la faccia non la ricordo.
Non ricordi altro?
No, niente.
Lei, signora ha mai saputo nulla di questo tizio?
Anche la vedova scosse la testa.
Mio marito non mi raccontava nulla dei suoi affari. E fino a ieri pensavo che avesse chiuso con quei giri di una volta.
L'erba cattiva, per,  difficile da estirpare, soprattutto se continui a farla crescere negli orti sbagliati delle periferie bazzicate dalla mala.
La lite con questo tizio poteva non c'entrare nulla con l'omicidio, mentre la pista dello sfasciacarrozze pareva aprire scenari interessanti.
Rivolse ancora qualche domanda alla donna e al figlio, poi decise che poteva congedarli. Per questa volta.
Facciamo cos, l'officina per ora rimane sotto sequestro in quanto scena di un crimine. Nel giro di un paio di settimane il blocco sar rimosso dal magistrato inquirente e potrete ripartire con la vostra attivit. Resta inteso che vi teniamo d'occhio e se fate girare anche solo un pezzo rubato l'officina chiude e tu, Kevin, finisci dritto in galera.  chiaro il concetto?
Il ragazzo, mesto, annu.
E il corpo di mio marito? Almeno un funerale ce lo lasciate fare?, domand la donna con un misto di rabbia e disperazione.
L'autopsia  gi stata eseguita. Il pm dovrebbe rilasciarvelo entro domani o dopo domani, una volta firmato il decreto.
Madre e figlio annuirono nuovamente e se ne andarono.
Al loro posto entrarono Pinton e Santoni. Fatemi una ricerca su uno sfasciacarrozze nella zona di Rogoredo,  uno slavo e si chiama Zlatan.  lui il ricettatore da cui si riforniva il Lo Bello. Fate in fretta, cos nel pomeriggio andiamo a trovarlo.
Lo stomaco brontolava, si era fatta l'ora di pranzo.
Prima per fece un'ultima telefonata al responsabile della Scientifica, Daniele De Piccoli.
Che rispose con la bocca piena.
Perdonami, stavi mangiando?
No, sono a dieta, borbott masticando.
Ah, ma che dieta fai?, chiese incuriosito, considerando che il collega sfoggiava da anni delle discrete rotondit intente a circumnavigarne l'addome.
Quella del cracker.
Del cracker?
Esatto. Mangio biscotti secchi ai cereali a colazione e due pacchetti di cracker senza olio a pranzo. E alla sera faccio una cena completa.
E funziona?
Per ora s, ho perso un chilo in una settimana, replic De Piccoli trionfante.
Va beh... parliamo di lavoro. Che mi dici dell'officina di Lo Bello?
Niente, nel senso che non abbiamo trovato niente. Gli hanno sparato e nient'altro. Gi che c'era non poteva seccarlo fuori, sul marciapiede cos ci avrebbe evitato un pomeriggio di lavoro inutile?
Uhm... e il proiettile?
Calibro 9, una Glock. Bella pistola, caricatore bifilare, fusto in polimero. Arma da intenditore.
Pure il sicario intenditore di ferri...
Ardig, al contrario, non era un patito di armi: non era un fenomeno al poligono, aveva nella fondina sempre la stessa Beretta Parabellum e non si era mai interessato a cambiarla.
Sperava di utilizzarla il meno possibile e quando accadeva, secondo lui, una pistola valeva l'altra.
In che senso?
Beh, con un giocattolino del genere al poligono fai una bella figura e il nostro uomo deve essere uno che sa sparare. Hai letto il referto del coroner? A giudicare dall'assenza di bruciature e dal foro di entrata gli deve aver sparato da almeno un paio di metri di distanza, constat con competenza il responsabile della sezione Scientifica.
Altro?
Il killer deve essere alto, almeno quanto te - disse ragionando sul metro e ottantacinque del commissario Ardig - perch la traiettoria del foro di entrata  discendente e quel Lo Bello non superava il metro e settanta.
Bene, tiratore scelto, alto un metro e ottantacinque. Se al posto di un killer professionista cercassimo un giocatore di basket dilettante avrei gi un indiziato, ridacchi il commissario, riferendosi a se stesso, alle sue ormai pensionate doti di discreto tiratore sui campetti in linoleum delle palestre milanesi.
Altri tempi, una vita fa. Quando anche l'amico Malerba galoppava con lui in calzoncini e canotta sempre di una misura pi larga.
Ringrazi De Piccoli, lo lasci ai suoi cracker, afferr il guinzaglio e port Frog a bagnare qualche palo del centro storico.
Eccolo qua, un bel soggettino davvero. Zlatan Arslanovic, classe 1962, originario di Skopje in Macedonia, entrato in Italia con un permesso per ragioni umanitarie nel 1999. Precedenti per furto, ricettazione, associazione a delinquere, lesioni, percosse e violenza, snocciol Santoni allungandogli la scheda penale del delinquente.
Certo, proprio il soggetto giusto a cui regalare un permesso per motivi umanitari e lui per ringraziamento era costato all'Italia qualche centinaio di migliaia di euro tra mantenimento nelle patrie galere e spese processuali varie.
Dalla sua scheda risultavano diverse condanne e due custodie detentive: detenuto nel carcere di Monza dal 2000 al 2003, di nuovo dentro dal 2008 al 2010 questa volta a Opera, e sulla sua testa gravavano alcuni carichi pendenti.
Osserv meglio il profilo: la prima condanna era per un giro di auto rubate con annessi ricambi ricettati al mercato nero, ovvero i reati in cui era nuovamente incappato insieme a Lo Bello.
La seconda condanna era per aver aggredito e pestato un transessuale brasiliano nel marzo del 2008: processo per direttissima e condanna a tre anni di reclusione.
Met pena scontata dietro le sbarre, poi la solita trafila di affidamento ai servizi sociali.
Secondo quelli della Mobile ha rilevato la discarica di rottami insieme a un cugino intorno al 2004, da un altro zingaro o gi di l. Il cugino  morto nel 2011 di infarto o ictus e da allora fa tutto lui da solo, nel senso che fa il ricettatore da solo, fin Santoni.
Un bel soggettino davvero, sicuramente un osso duro.
Questa volta serviva un trattamento speciale.
Decise di portarsi dietro il quintale di muscoli e grinta di Farris.
L'Ortica  un altro pezzo di una Milano che non c' pi eppure in qualche modo si ostina a continuare a esserci. E a restare.
Schiacciata tra la tangenziale, la ferrovia e un gorgo di cavalcavia che la tengono legata a Milano, alla citt, l'Ortica  la zona caratteristica cantata da Enzo Jannacci, con le sue osterie e la gente di una volta, quella che andava a lavorare in bicicletta, con la schiscetta infagottata nella carta da giornale e la sera, tornando dalla fabbrica, si fermava al bar a farsi un bicchiere di rosso con due fette di salame e una mano di briscola.
Un mondo rustico e romantico, lontano anni luce dalla Milano di oggi, quella degli Spritz e dell'apericena, un modo singolare per mangiare poco e male e non fare neppure la dieta, o quella dei tanti sushi-bar sempre pi gettonati.
Eppure l'Ortica, stretta intorno all'omonima via, forse proprio per via del suo isolamento infrastrutturale, aveva mantenuto intatto il suo fascino di vecchio borgo rurale periferico, dove il tempo scorre pi lento rispetto alla frenetica metropoli.
Ardig non ci passava da tanti anni e si stup di ritrovarla immutata.
Farris non c'era mai passato e non si stup per nulla.
Il deposito di auto rottamate non aveva un indirizzo preciso: era da qualche parte tra la tangenziale e via Corelli.
Peccato che via Corelli sia lunga quasi come la Muraglia Cinese e zeppa di traverse laterali sterrate senza nome civico.
Faticarono una decina di minuti a individuare quella giusta, aiutati da un cartello di legno impiantato abusivamente.
Un centinaio di metri tra buche e sassi sporgenti e intravidero la sagoma recintata del monnezzaio delle quattro ruote.
Avvicinandosi misero a fuoco una piccola montagnetta di relitti accatastati, una ruspa dotata di ragno metallico, un furgone bianco ma lercio da sembrare marrone e sul lato destro una sorta di cimitero di auto che non si sarebbero mai pi mosse da l: alcune senza ruote, altre senza portiere o cofano, tutte senza cristalli e sedili.
Un po' decentrato un container di quelli utilizzati dalla protezione civile per il primo soccorso degli sfollati nelle catastrofi ambientali, con tanto di porta e due finestre laterali.
Il cancello esterno era chiuso da un pesante lucchetto.
Ovviamente non c'era un citofono.
Diedero alcuni colpi di clacson.
Il padrone di casa non si fece vedere.
Riprovarono con il clacson. Poi si stancarono.
Dai, scavalchiamo, decise Ardig, notando l'espressione perplessa del vice.
Zavorrato dal suo abbondante quintale distribuito su oltre un metro e novanta di statura, Farris non avrebbe obiettato alla proposta di abbattere a spallate quel cancello, ma scavalcarlo per lui era come scalare l'Everest.
Aspettami qui, vado dentro io e se c' questo Zlatan gli faccio aprire il cancello, borbott Ardig.
E se quello oppone resistenza?, obiett Farris.
Per tutta risposta il commissario mostr la Beretta che riposava nella fondina dentro la giacca: Lo convinco con questa.
Issandosi sulla grata metallica, Ardig si inerpic e plan dall'altra parte con un tonfo pesante.
Avanz cautamente, pur senza particolare prudenza.
Non c'era ragione per temere qualcosa e il proprietario doveva essere fuori.
Gironzol qualche istante intorno ai rottami poi punt verso il container.
Soltanto quando fu a un paio di metri si accorse che la porta era socchiusa.
Zlatan Arslanovic, url con tono ufficiale.
Niente. Grid nuovamente.
Un sesto senso fece scattare l'allarme mentale.
La Beretta lasci la fondina e si materializz davanti a lui.
Un istante prima di aprire la porta intu che qualcosa non andava.
Una scarpa faceva capolino nel suo raggio visivo.
Non una scarpa vuota: la caviglia e il resto erano attaccati.
Acceler l'ultimo passo e spalanc la porta.
La Beretta non serviva pi.
Perch Zlatan Arslanovic era morto. Almeno da alcuni giorni.
Mezz'ora dopo nel cortile fangoso del deposito rottami c'era il solito alveare impazzito che contraddistingue la scena criminis dopo un omicidio.
C'era il magistrato di turno, curiosamente sempre Deborah Pollini, c'era il medico legale, purtroppo il titolare Umberto Brasca rientrato dalle ferie, c'erano quelli della Omicidi, quelli della Mobile, quelli della Scientifica, oltre ai necrofori addetti al trasporto del morto.
Insomma una cinquantina di persone, un piccolo carrozzone, che si spostava laddove c'era un cadavere, per eseguire i rilievi e tutto il resto.
Ardig non condivideva quel metodo di lavoro. Per lui un paio di persone sarebbero state sufficienti: quella mandria di agenti e tecnici, spesso in attrito gli uni con gli altri, finiva per inquinare la scena del delitto, anche con pasticci da barzellette da bar, magari pestando il sangue e lasciando impronte sospette su cui poi l'ottuso magistrato di turno finiva per incaponirsi sprecando tempi biblici e denari pubblici.
Senza contare quelli che non utilizzavano la mascherina e sputacchiavano disseminando in giro il loro DNA.
E se i responsabili si allontanavano qualcuno era persino capace di accendersi una sigaretta proprio l.
Per questo Ardig mal considerava quella carnevalata di tute bianche e strumenti pescati dai film di 007 e preferiva starsene in disparte, fumandosi le sue bionde e lasciando correre liberi i pensieri.
Lui quel morto lo aveva gi visto anche troppo, e non aveva pi nulla da dirgli.
Il naso e il labbro fracassati, presumibilmente con un corpo contundente, un colpo nella gamba destra che lo aveva azzoppato spappolandogli un ginocchio, un altro all'altezza della coscia sinistra, infine l'ultimo, quello letale, che gli aveva aperto un terzo occhio nella fronte.
Una voragine pi che uno squarcio.
Chi aveva sparato aveva utilizzato un cannone. Peccato non si trovassero i bossoli. Evidentemente era stato utilizzato un revolver a tamburo.
Tuttavia era la dinamica complessiva di questa esecuzione, perch di esecuzione si trattava, a farlo riflettere: prima di essere spedito a spalare carbone all'inferno il delinquente macedone era stato pestato e gambizzato, in una parola torturato.
Perch? Per infliggergli una crudele lezione? Per fargli pagare uno sgarro? O per fargli sputare un segreto che con le buone non avrebbe rivelato?
Ma cosa? Dalla prima perquisizione era saltato fuori un piccolo rotolo di banconote maldestramente nascosto in una scatola dei biscotti: circa 6000 euro.
Forse i risparmi di Arslanovic. Che per il killer non si era portato via. Evidentemente non erano i soldi a interessargli, ma altro.
Rimase qualche minuto in un mondo tutto suo, con i suoi interrogativi in testa e davanti agli occhi il via vai frenetico delle tute bianche di quelli della Scientifica che scintillavano sotto i riflettori accesi per via dell'arrivo dell'oscurit tardo pomeridiana.
Finch un sussurro non lo dest. L'autista del tribunale  dovuto rientrare, mi darebbe lei un passaggio verso il centro?
Una voce flautata, vellutata, invitante.
La Pollini si stringeva dentro la sua pelliccia dmod.
Faceva freddo, il sole si era gi rivolto all'altra faccia del globo e in quell'angolo di campagna contaminata dal degrado produttivo la temperatura rasentava lo zero.
Anche Ardig si rese conto di avere freddo, dentro e fuori.
Volentieri, ho bisogno di bere qualcosa di caldo, le rispose.
Allora le propongo un t alla menta,  anche balsamico per le vie respiratorie, civett lei ancheggiando con passo indeciso tra il terreno accidentato.
Niente dcollet con tacco dodici, ma gli stivaloni vellutati neri da gatta, a renderla comunque attraente e intrigante.
Affid a Farris il proseguimento delle operazioni e ripart con la donna che faceva sognare l'intera fauna maschile di Palazzo di Giustizia.
Per qualche minuto si confrontarono su questo nuovo delitto, ragionando su possibili, anzi probabili, connessioni con l'omicidio Lo Bello.
Poi arrivarono al bivio, quello vero.
La accompagno in tribunale o a casa?, domand Ardig.
A nessun altro magistrato avrebbe mai fatto una domanda del genere.
Se le va quel t alla menta... allora a casa mia..., soffi lei, facendo svolazzare quelle parole evocative nell'abitacolo dell'Alfa 159.
Non sa quanto ne ho voglia, rispose subito, omettendo se avesse voglia del t o di altro.
Piazz l'auto nel primo buco che trov in largo della Crocetta e segu la pm nel suo elegante condominio.
L'appartamento era esattamente come lo ricordava, caldo e accogliente.
Come lei, impegnata a sfilarsi quegli stivaloni dopo aver gi appeso la pelliccia all'appendiabiti nell'ingresso.
Era rimasta scalza, con i collant neri che si infilavano sotto la gonna nera: sopra una camicetta di raso, verde petrolio, e una giacca nera che raggiunse la pelliccia sull'attaccapanni.
Per un istante il commissario rimase l impalato.
Che fai? Non ti togli nemmeno il cappotto?, lo stuzzic.
Era passata dal lei al tu. Non era mai successo.
E non era un caso. Tolse il cappotto e anche la giacca.
E gi che c'era anche la tracolla con la fondina della Beretta per essere libero nei movimenti. Anche questo non era un caso.
Lei sorrise, lui pure. Lei gli allung una mano, lui la prese.
Niente tavolo questa volta. Niente divano.
Lo condusse in camera da letto: sopra un invitante piumone color avorio, in tinta con il mega armadio a parete.
Sopra il letto un quadro romantico-erotico: una testa di Luna sul corpo di una donna nuda, sdraiata in un letto di stelle.
Fu l'ultima cosa che guard, prima di iniziare a baciarla.
Le mani puntarono decise sui bottoni della camicia e sulla cerniera della gonna.
Se la ritrov in completo intimo: reggiseno e mutandine di pizzo nero e, sorpresa delle sorprese, non gli ipotizzati collant ma delle autoreggenti nere.
Un mistero che non avrebbe mai svelato: come se Deborah avesse saputo che un uomo l'avrebbe spogliata quel pomeriggio.
Oppure andava in giro in autoreggenti e intimo sexy ogni giorno?
Pazzesco, eppure ancora pi eccitante.
La sent inginocchiarsi e maneggiare con la sua cintura e la sua cerniera.
L'istante dopo, il calore della sua bocca e la dolcezza della sua lingua glielo avvolgevano, rendendolo ancora pi duro.
Dall'alto al basso la ammir, impegnata in quella pratica evocativa di sottomissione alla virilit maschile che ogni uomo desidera.
La lasci fare per un tempo indescrivibile, forse un minuto, forse due. Lei intanto, con le mani libere, si toccava le tettone.
L'avessero vista i colleghi avrebbero pensato davvero di assistere a un video hard di Lisa Ann...
Ci sapeva fare, come una professionista. Si accorse che rischiava di venirle in bocca.
Si chin e l'aiut a rialzarsi. Ora toccava a lui ricambiare: tolse il reggiseno e le lecc i capezzoli, che si inturgidirono al contatto con la sua lingua.
Poi la fece sedere sul bordo del letto, le sfil gli slip e si infil tra le sue cosce, fino a raggiungere quel bocciolo di rosa incredibilmente depilato come fanno le professioniste del mestiere.
Un altro mistero di quella donna inesplorata e incomprensibile.
La lecc lentamente, mordicchiandola delicatamente sul clitoride e strappandole i primi gemiti, poi si sent afferrare per i capelli e trascinare sul letto, sopra quel corpo morbido.
La mano di lei glielo prese, per strusciarlo qualche attimo, prima di infilarlo con decisione dentro e incitarlo a dare il via alle grandi manovre.
Il letto inizi a cigolare come nelle commedie trash, la stanza intorno sembrava vorticare.
La sentiva ansimare, sentiva la sua pelle che si scaldava, le prime gocce di sudore sulla fronte imperlata.
Inizi a sudare anche lui. Lui aument la frequenza dei colpi, lei aument l'intensit degli urli, poi deflagrarono, entrambi.
Lui dentro con uno spruzzo bollente, lei con la voce.
Poi il silenzio, rotto solo dal respiro affannato di entrambi.
Debora si spost sul fianco, lo abbracci e appoggi la testa sulla sua spalla. Lui la baci sulla nuca e chiuse gli occhi.
Non si accorse di scivolare in un sonno sereno.
Il suono del cellulare echeggiava da lontano.
Ardig piano piano emerse dal torpore.
Per qualche secondo fatic a realizzare: una stanza in penombra, una stanza da letto, al suo fianco una donna formosa, nuda tranne che per le autoreggenti nere, con la pelle bianchissima e una tetta che pareva un melone appoggiata sul suo petto.
Mise a fuoco e si rese conto di aver perso il senso del tempo.
Si alz e si avvicin alla finestra. Fuori Milano era pi tranquilla del solito. Doveva gi essere ora di cena.
Si spost nel salotto e recuper l'HTC nella sua giacca.
Erano le 21! Doveva aver dormito quasi due ore.
E c'erano cinque chiamate perse: due di Malerba e tre di Santoni.
E pure un sms sempre di Malerba.
Bruno urgentissimo chiamami.
Diede la precedenza a Santoni, ovviamente.
Massimo, che succede?
Ascolt il vice senza commentare tranne un Ok ci vado, prima di salutarlo.
Intanto dalla porta della stanza da letto era comparsa Deborah come ogni uomo la sognerebbe: con le autoreggenti nere quale unico indumento su quel corpo ferilliano.
I capelli in disordine, l'aria della belva famelica ancora non sazia.
Anche lui era nudo. Lei lo raggiunse e inizi a maneggiarglielo, facendolo risvegliare.
Era Santoni, dovrei andare..., balbett poco convinto.
Dovrei, non devo andare. Galeotto fu il condizionale.
Lei si inginocchi nuovamente.
L'erezione era tornata irruente: la fece rialzare, ripresero a baciarsi e a palparsi, poi lei si volt, appoggiando le mani al bordo del tavolo e offrendogli il suo sodo lato B.
Lui pieg le gambe e la prese da dietro, mulinando colpi su colpi che generavano urla inequivocabili per eventuali vicini con l'orecchio appostato vicino alle pareti.
Prima era stato romantico e ritmato, due corpi fusi insieme, questa volta fu tutto pi animalesco e veloce, due organi sessuali che si uniscono per ricavare il massimo del piacere reciproco.
Vennero entrambi, lui dentro, ancora una volta innaffiandola con il suo liquido caldo.
Poi la magia se ne and lasciando la scena alla realt.
Cosa voleva Santoni?, chiese lei, mentre afferrava un rotolone da cucina per iniziare a detergere il suo intimo da cui fuoriuscivano gocce minacciose per il pregiato tappeto che avevano sotto i piedi.
Un informatore vuole parlarmi. Devo proprio andare, si giustific lui, quasi imbarazzato.
Lei prov a trattenerlo senza troppa convinzione.
Ti avevo promesso un t alla menta, peccato...
Sar per la prossima volta, ci prov lui, senza ottenere la risposta sperata, ricevendo in cambio solo il rotolone con cui ripulirsi sommariamente.
Poi Deborah Pollini inizi a sfilarsi le autoreggenti con movimenti studiati, stile Loren nella celebre scena con Mastroianni, recuper una vestaglia e la indoss per nascondere quel suo corpo conturbante. Fine della ricreazione. Pubblico ministero e capo della Omicidi tornavano nei rispettivi ruoli. Lo accompagn alla porta e lo conged senza neppure il bacio della staffa.
Torn in macchina e si mise alla guida domandandosi se aveva fatto l'amore o aveva fatto sesso. E se l'indomani, da soli, avrebbero ripreso a darsi del lei.
L'ennesima chiamata di Malerba lo costrinse ad atterrare sul pianeta Terra.
Cosa vuoi?
Come cosa voglio? Hanno ucciso uno e vorrei saperne di pi.
Uff...  un macedone, un pluripregiudicato, il nome non chiedermelo perch non me lo ricordo.
Lo so io, Zlatan Arslanovic.
S, ecco. Un'esecuzione in piena regola. Un regolamento di conti.
Delitto collegato a quello del meccanico?
Immagino di s, l'ambiente  quello delle auto rubate, la tempistica coincide.
Altro?, tent l'amico cronista.
No. E mi raccomando, non ci siamo mai sentiti.
Niente porta Genova. Niente campo neutro. Questa volta il Cardinale aveva deciso di giocare in casa sua. La missiva di convocazione era stata recapitata oralmente, da un suo tirapiedi che si era presentato direttamente in commissariato dove aveva conferito con Santoni.
Il Cardinale aveva un'informazione che poteva interessargli, se volevano saperne di pi Ardig doveva andargli a fare visita dopo le 22 in un bar di piazzale Siena. Naturalmente da solo.
Questa volta non si present in anticipo.
Anzi, era in ritardo di qualche minuto.
Addosso ancora l'odore di sesso, sudore e passione sprigionato dalla pelle della Pollini.
Il locale non era un pub, ma un bar, di quelli rimasti fermi al secolo precedente: niente mogano, ma la vecchia plastica a sposarsi con il metallo.
Un bancone, alcuni tavolini rotondi e dietro una sala con tavolo da biliardo e le immancabili macchinette infernali per il videopoker, una traccia di modernit rispetto al contesto circostante rimasto agli anni Ottanta.
Gli avventori erano gente normale, nessun balordo, nessun teppista, nessuna faccia da ex galeotto: persone semplici che tiravano tardi con un bicchierino di amaro o chiacchierando di calcio.
Lui, il Cardinale, era seduto all'ultimo tavolo, insieme a un guardaspalle.
Appena videro entrare Ardig il guardaspalle si alz per cedergli il posto e and ad appoggiarsi al bancone.
Buonasera, cosa beve dottore?, lo accolse De Vitis, senza dargli la mano.
Quello che beve lei, replic asciutto il commissario.
Con un cenno minimale del capo il Cardinale si fece capire dal suo uomo che a sua volta gir l'ordinazione al barista. Pochi istanti dopo si materializz silenzioso con un bicchiere dal contenuto dorato.
Non era t, ovviamente, ma un whisky doppio malto.
I due uomini sorbirono una sorsata lenta. Osservandosi.
Toccava al padrone di casa la prima mossa. E arriv.
Giornata difficile oggi, commissario?
Come altre.
Brutto spettacolo in quello sfasciacarrozze, vero?
Seppur impercettibilmente Ardig trasal.
 ben informato.
Il Cardinale non rispose, limitandosi a fissare il bicchiere.
Ora la mossa toccava ad Ardig.
Ha qualcosa da dirmi?
Il vecchio boss si prese qualche attimo per far friggere l'interlocutore. Ci teneva a essere lui a dettare i ritmi del confronto.
Poi si decise.
 strano il destino, se vogliamo chiamarlo cos...
Perch?, si incurios il capo della Omicidi.
Eh... perch... perch qualche tempo fa c' stato uno che andava in giro a fare domande strane, su un meccanico, su uno che campava con i rottami delle auto... ed  strano che in questi giorni abbiano ucciso proprio un meccanico e uno che riciclava i pezzi delle carcasse di auto... non crede che sia strano il destino?
Scand le parole con indifferenza, mentre faceva ruotare il whisky nel bicchiere con ostentata sicurezza.
Intanto il solito brivido freddo, quello che striscia dal basso verso l'alto lungo la colonna vertebrale, aveva fatto venire la pelle d'oca ad Ardig.
Titubante sul da farsi: interrompere il malavitoso o lasciarlo parlare? Opt per la prima strada, anche perch il re dell'ippodromo si era zittito, rapito dalla lucentezza del suo whisky.
 strano s,  strano che uno come lei mi venga a riferire di questa storia..., insorse Ardig, allarmato dal fatto che un boss stesse derogando all'aurea regola del codice omertoso in cui si era formato.
L'osservazione strapp un sorriso al Cardinale.
Lei sa cosa sono l'onore e il rispetto, dottore?
Ardig si limit ad annuire.
Sono tutto, vengono prima di tutto, anche dei soldi. E per devi riconoscere l'onore e il rispetto a chi li tiene, non a chi non li tiene. Mi capisce?
Poco, per evit di contraddirlo.
E questo qui di onore e di rispetto non ne tiene proprio.
Questo chi? Quello che faceva le domande in giro?
 di lui che stiamo parlando, no? Un cesso d'uomo, uno senza palle e senza parola. Uno per cui non vale la pena di sporcarsi la lingua a pronunciarne il nome o le mani per strappargli le palle.
Messaggio chiaro: di questo infame se ne occupi la Polizia.
D'accordo per le mani, ma la lingua dovr sporcarsela se vuole che lo cucchiamo noi...
Il bicchiere si alz a coprire quasi il volto del boss pugliese.
E allora cercate di un certo Buddha. Di cognome fa Rostagno, il nome non lo so. Ma  appena uscito di prigione, voi sapete come trovarlo. Il resto sono affari vostri e non mi riguardano.
Con un ultimo sorso tracann il whisky e si alz.
Incoll i suoi occhi alle pupille di Ardig per un lunghissimo istante, poi si incammin verso l'uscita seguito dal suo silenzioso guardaspalle.
...
.
...
6. Milano, gioved 12 dicembre 2013.
...
.
...
Mentre Ardig correva gli altri lavoravano per lui.
Santoni era andato da quelli della Mobile per fargli attivare alcuni informatori, intanto Pinton stava lavorando con il terminale interconnesso del ministero degli Interni e di quello della Giustizia.
Il commissario fremeva per avere tutte le informazioni e passare all'azione, ma sapeva di dover pazientare.
Nell'attesa fece una visita alla Scientifica dopo aver parlato al telefono con il medico legale.
Anche il cadavere di Arslanovic, come quello di Lo Bello, aveva poco da dire: semplicemente era stato prima colpito con un oggetto duro, quindi gambizzato, evidentemente allo scopo di farlo soffrire e costringerlo a parlare, e poi spedito all'altro mondo con il colpo di grazia in fronte.
Non faceva uso di stupefacenti, in compenso aveva un fegato da rottamare a causa dell'abuso di alcool.
L'unica vera novit era la collocazione oraria del decesso: tra sabato e domenica, pi domenica che sabato, secondo il coroner.
Ovvero un giorno prima del delitto Lo Bello.
L'ipotesi che la mano del killer fosse la stessa si rafforzava e De Piccoli aggiunse un tassello importante: Il medico legale ci ha fatto avere i proiettili ritenuti nel corpo di Arslanovic. Sono di una 44 Magnum: l'omicida ha sparato con una Smith & Wesson a tamburo.
Un pistolone da far paura: la mitica 44 Magnum dell'ispettore Callaghan impersonificato dal grande Clint Eastwood.
Prima una Glock, ora una 44 Magnum: chi aveva premuto il grilletto mirando alla fronte delle proprie vittime era proprio uno spietato professionista. Un tiratore scelto, forse un ex militare, magari uno dei tanti reduci della guerra nei Balcani riciclati dalla mala nostrana.
Nessuna impronta rilevata, nessuna traccia ematica recente: il killer deve aver colpito al volto la vittima con il cane della pistola, poi si  mantenuto lontano per non lasciarsi dietro saliva o altre tracce rischiose, concluse De Piccoli.
Un vero professionista: magari reclutato da fuori e fatto venire appositamente a Milano da qualche clan per regolare i conti. E magari gi espatriato verso il successivo ingaggio.
Arriv in commissariato poco dopo le 11 e trov Pinton e Santoni ad attenderlo impazienti.
I due ispettori avevano tracciato un identikit preciso su Tommaso Rostagno detto Buddha, mixando informazioni ufficiali ed estratti di fonti confidenziali.
A resocontare come sempre era Santoni: Lo chiamano Buddha perch  un obeso. Ha 54 anni,  casertano e ha una sfilza di precedenti da esaurire il toner della stampante. Furto, rapina, ricettazione, associazione a delinquere....
Massimo, sintetizza per favore, lo redargu il commissario.
Sostanzialmente prima era un topo d'auto poi  diventato l'autista di una batteria che ha messo a segno alcune rapine in banca a met degli anni Ottanta fino a quando c' scappato il morto, la solita guardia giurata. Li hanno sbattuti dentro e il nostro Rostagno si  fatto quasi otto anni, poi  uscito e ha ripreso da dove aveva lasciato: nel 1995 hanno tentato una rapina a un portavalori nel lodigiano, conflitto a fuoco e li hanno colti quasi in flagrante e questa volta si  fatto sei anni. Poi da quel momento dentro e fuori ma basta rapine, si  dedicato ai furti di auto e alla ricettazione. Era dentro fino ad agosto, nel carcere di Opera.
Sappiamo dove abita?
L'ultimo domicilio fornito al tribunale di sorveglianza  a Milano in via Mambretti.
Nel quartiere di Roserio, un'altra zona periferica, degradata e malfamata, un altro di quei quartieri dormitorio soffocati tra lo snodo della ferrovia e quello delle autostrade.
In linea d'aria poco distante da dove avevano trucidato Pezzella.
Chiss se ci abita ancora, domand scettico Pinton.
Abbiamo un solo modo di scoprirlo. Decisero di andargli a fare visita e portarsi dietro anche Farris.
Tommaso Rostagno risiedeva ancora a Roserio, almeno fino a qualche settimana prima.
Un barista, stranamente pi loquace del solito, forse anche perch in quel momento non aveva clienti che potessero sentirlo, aveva confermato che Buddha passava quasi ogni giorno da lui per fare colazione e trangugiarsi mezza vetrina.
Ardig osserv la mercanzia esposta. Poco invitante: i cornetti sembravano di cartapesta e una mosca gli ronzava sopra.
E in genere le mosche sono attirate da qualcosa di poco appetibile. Questo Buddha doveva avere un bello stomaco per ingozzarsi di quella roba.
Per, aggiunse il barista, non lo vedeva da un po'.
Forse da un mese o anche pi.
L'appartamento in cui stava era in una stamberga a due passi dalla stazione di Milano Certosa.
Sul marciapiede bighellonavano alcuni maghrebini.
Il portone era aperto, salirono i pianerottoli fino al terzo, quando videro l'etichetta sul cognome. Suonarono pi volte. Niente.
Ordin a Farris di utilizzare le sue indubbie doti di scassinatore.
Tempo un minuto e furono dentro, investiti da un'ondata di freddo e di puzzo.
La casa doveva essere stata abbandonata, con il riscaldamento spento e una bella pigna di monnezza a marcire.
Un armadio scadente gli ostruiva la vista sull'unica stanza del modesto appartamento.
Fecero un passo e si bloccarono. Stupiti pi che nauseati.
Sulla destra un angolo cottura e un tavolo ingombro di bottiglie con due sedie, sulla sinistra un divano letto ancora sfatto e una poltrona di velluto verde.
Sprofondato in poltrona, le braccia allungate sui braccioli, li attendeva il padrone di casa, in ciabatte, panza e tuta: sulla fronte un foro in cui si potevano infilare due dita, sulla pelle violacea e gonfia il sangue raffermo ormai diventato una crosta scura.
Fine della corsa di Buddha e capolinea della loro indagine.
Tre ore dopo il medico legale e la squadra Scientifica avevano ricostruito il tragico epilogo della criminosa esistenza di Tommaso Rostagno.
Nessuna lesione ossea, solo il cranio spappolato da una calibro 40.
Un'altra pistola da intenditore.
Nessun segno di effrazione sulla porta.
Rostagno deve aver aperto la porta all'assassino, probabilmente avranno parlato o discusso, intanto la vittima si  accomodata in poltrona e l'altro l'ha eliminato. A quel punto il killer ha spalancato le finestre in modo che il freddo rallentasse la decomposizione e attenuasse l'odore della putrescenza che altrimenti avrebbe allarmato i vicini di casa, ricostru De Piccoli.
Prima della chiosa: Il decesso  avvenuto da circa quaranta-quarantacinque giorni, intorno alla fine di ottobre o all'inizio di novembre, ma potr essere pi preciso dopo l'esame autoptico.
Un mese e mezzo. Ovvero da quando Buddha era sparito dalla circolazione. Tutto tornava.
Osserv un agente della Scientifica maneggiare l'unico bossolo rinvenuto.
De Piccoli, indiscusso archivio vivente di balistica, non ebbe dubbi: Questo  di una Para-Ordnance Lda 16-40. La utilizzano nei poligoni per la sua precisione....
Ardig smise di ascoltarlo per trarre le conclusioni: tre morti uccisi con un colpo in piena fronte, un colpo sparato a distanza per non lasciare tracce di DNA, con pistole da tiratore, da uno che va nei poligoni ad addestrarsi.
L'unica incongruenza: un vero professionista si sarebbe portato via i bossoli espulsi, invece questo li aveva abbandonati sulla scena criminis sia nell'officina di Lo Bello sia a casa di Rostagno.
E questo rafforzava l'ipotesi che fosse qui a Milano solo di passaggio, anzi di passaggi, al plurale, perch tra l'omicidio di Rostagno e quelli di Arslanovic e Lo Bello erano trascorsi 40 giorni.
Il cellulare vibr: il Questore.
Lo attendevano con urgenza per un vertice in Procura.
Quattro morti in cinque giorni. Cui andavano sommati i tre morti a ottobre nella mattanza di Quarto Oggiaro, ancora senza colpevoli.
Troppi per non decretare l'allarme rosso, tanto pi che la politica era gi insorta, lamentando il clima da far west che imperversava nelle periferie della metropoli.
Ardig si attendeva di trovarsi di fronte alla Santa Inquisizione e invece non era cos: qualche frecciata velata dal Prefetto e dal Questore, ma lo scopo della riunione era un altro.
Il procuratore capo avrebbe affidato a un unico pubblico ministero, lasciando la Pollini solo sul delitto Pezzella, ormai dimenticato dall'opinione pubblica.
Seguirono le solite raccomandazioni protese alla massima discrezione per non far aumentare la paura dei cittadini, soprattutto a pochi giorni dal Natale.
Infine una domanda a sorpresa del Prefetto, un uomo dall'aria mite, di poche parole, ma estremamente pragmatico: Non si tratta di un assassino seriale, vero? Possiamo esserne sicuri?.
Il capo della Omicidi si concesse qualche istante prima di rispondere.
Non  un serial killer nell'accezione mediatica e televisiva del termine. Lo  da un punto di vista del modus operandi. Stessa meccanica nell'esecuzione, stesso tipo di armi adoperate. Uccide in maniera seriale ma - lo rassicur Ardig - non colpisce assecondando impulsi schizzoidi o altre patologie. Questo  un sicario professionista, ingaggiato per fare questo sporco mestiere da qualche clan.
Tutti i presenti annuirono, la seduta era sciolta.
La perquisizione nell'appartamento occupato da Rostagno era stata un buco nell'acqua: non c'erano armi, droga, denaro. Nulla.
Solo una montagna di fumetti, riviste, VHS e DVD porno e degli oggetti sacri, crocefissi, candelabri e altro, probabilmente trafugati nelle chiese e pronti a essere rivenduti tramite il solito circuito sotterraneo ad antiquari o rigattieri.
Il cellulare della vittima era svanito, probabilmente preso dall'assassino: un bel guaio, perch il pregiudicato non risultava titolare di nessun contratto con i gestori di telefonia cellulare.
Ergo utilizzava una sim intestata ad altri: come avrebbero fatto a scoprirlo?
Il suo conto in banca era simile al deserto siberiano: meno di cinquemila euro depositati e quasi nessun movimento eseguito.
Era uno che pagava in contanti.
Diram una serie di ordini: Santoni e Farris avrebbero indagato a fondo nel quartiere di Roserio, quelli della Mobile avrebbero proseguito le indagini sul mondo delle corse clandestine e del riciclo di pezzi rubati, mentre Pinton avrebbe fatto delle verifiche nei penitenziari dove le vittime avevano trascorso una parte della loro vita poi brutalmente conclusasi anticipatamente.
Intanto la stampa aveva appreso del ritrovamento di questo cadavere semisurgelato: i quotidiani online avevano gi titolato la notizia e Malerba lo inondava di messaggini.
Finita la quiete era in corso la tempesta.
Un sms lo reclam:  troppo tardi per il t. Ma per un branzino all'acqua pazza?.
Ancora lei, ancora Deborah a sorprenderlo.
Tentenn un istante poi accett l'invito per la cena e il prevedibile dopo cena.
Niente elaborate ricette culinarie.
Il branzino all'acqua pazza era gi stato cucinato da altri e attendeva pronto dentro a una busta trasparente: bastava infilarlo in forno per venti minuti e poi scodellarlo nel piatto.
Deborah Pollini effettivamente lo mise in forno, per si guard bene dall'accenderlo.
La vestaglia aderente tenuta chiusa solo da un fiocco alla cinta e i sandalini di legno raccontavano che la cena poteva attendere.
E il vicequestore Bruno Ardig non si fece pregare: tir il lembo di raso e spalanc quella vista mozzafiato su quelle curve mediterranee.
Fecero sesso e fecero l'amore.
Prima uno dei loro convulsi rapporti ad alta tensione erotica e passionale, poi uno strusciarsi dolce, l'uno dentro l'altra.
Finch furono appagati e pronti per il famoso branzino. Accompagnati da un Vermentino e da un'insalata con pomodori.
Cenarono nudi, guardandosi e stuzzicandosi con gli occhi.
Poi si fumarono una sigaretta e si concessero un rhum sul divano.
Il terzo atto sembrava scontato ma lui non ne aveva pi e anche lei era stanca di farsi sbattere.
Non volevano pi scopare. E non avevano nulla da dirsi.
Prese lui l'iniziativa, cominciando a rivestirsi.
Lei non si oppose, limitandosi a lampeggiare sguardi maliziosi.
Devo andare in commissariato a recuperare Frog.
D'accordo, la prossima volta porta anche lui.
La prossima volta, un passo avanti.
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7. Milano, venerd 13 dicembre 2013.
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Stavolta niente corsa. Il raffreddore aveva bussato alla sua porta, cogliendolo impreparato.
La casa di Deborah Pollini era ben riscaldata, tuttavia restare nudo per alcune ore lo aveva fregato.
Ingurgit un bicchiere d'acqua in cui aveva sciolto una di quelle compresse effervescenti che negli spot pubblicitari ha effetti miracolosi. In tv, non nella vita.
Si sentiva a pezzi, la gola in fiamme e la testa congestionata.
Torn a letto e croll in un sonno favorito dal paracetamolo.
Lo svegli il cellulare.
Le 10 passate. I suoi uomini lo reclamavano in ufficio.
Non si sentiva affatto meglio.
Riposo, caldo e vitamine: ecco quello che ci voleva.
Rinunci al primo e rimand il secondo. Appena giunto in ufficio si fece portare una stufetta elettrica, poi chiese cortesemente all'agente Scalise di saccheggiare la farmacia di via Torino e fargli avere spray alla propoli per la gola, caramelle con vitamine e qualunque cosa gli consigliasse il farmacista.
Diede il via alla riunione, limitandosi ad ascoltare gli ispettori e a tacere per non sovrainfiammare la gola.
Nessuna vera novit dagli informatori, niente neppure dai marciapiedi di Roserio.
Una piccola scoperta arrivava dal tour nelle prigioni fatto da Pinton.
Arslanovic e Rostagno sono stati compagni di cella per circa tre mesi nel 2010 nella casa di reclusione di Opera, annunci l'ispettore trevigiano.
Tre mesi?
S, poi Arslanovic  stato scarcerato mentre Rostagno si  fatto altri quattro mesi.
I due dunque si erano conosciuti l, dividendo l'angusto spazio di una cella. E una volta fuori probabilmente avevano iniziato a lavorare insieme, uno come ladro, l'altro come ricettatore.
Poco, troppo poco. Serviva altro. Ascolt altre relazioni: nulla di che.
I morti erano tutti pesci piccoli e nessuno di loro trafficava in droga, armi o prostituzione, i veri business che facevano girare i soldi.
Aveva le idee confuse e la testa otturata.
Si fece stampare alcuni fascicoli poi iss bandiera bianca e rientr a casa dopo aver acquistato delle arance e delle minestre di verdure gi pronte e inscatolate.
Dopo l'avanguardia del raffreddore era arrivata la febbre, con l'influenza vera.
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8. Milano, luned 16 dicembre 2013.
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Tre giorni se n'erano andati mentre Ardig restava a letto a curarsi l'influenza. Tre giorni senza nessuna vera novit investigativa.
E senza neppure altre novit: Deborah Pollini gli aveva mandato via sms gli auguri di rapida guarigione. Nient'altro.
I suoi uomini, a turno, erano passati a trovarlo, per aggiornarlo sugli scarsi sviluppi delle indagini, portargli le minestre inscatolate e la frutta e accompagnare Frog a espletare le sue esigenze fisiologiche.
Nelle inchieste in corso si erano impantanati. Senza testimoni, senza movente, senza nulla in mano.
E la lettura degli incartamenti non lo aveva aiutato.
Se non a schiarirsi le idee su un punto: l'esecuzione di Rostagno era stato il tassello che aveva innescato il domino omicida.
Ma se i tre uomini erano in combutta o uniti da qualche affare losco perch Arslanovic e Lo Bello non si erano allarmati dopo che il Buddha era sparito dalla circolazione?
Possibile che non si fossero insospettiti o spaventati per la sua improvvisa scomparsa?
La famiglia Lo Bello confermava che il meccanico nell'ultimo mese era sereno e di buon umore. E dai pochi informatori che ancora riuscivano a spremere non trapelava nulla.
Doveva ripartire da Rostagno e dall'unico elemento emerso dal suo fascicolo: nel maggio del 2013 era stato aggredito in carcere e pestato a sangue, per questo era stato messo in isolamento per oltre tre mesi, prima di essere scarcerato con alcune settimane di anticipo su decisioni del Tribunale di Sorveglianza proprio per ragioni di sicurezza.
Ecco da dove ripartire: Rostagno aveva dei nemici in carcere.
Doveva scoprire chi fossero.
Per questo si era fatto fissare per il pomeriggio un appuntamento con il direttore della casa di reclusione.
Il carcere di Opera sorge a sud di Milano, tra i campi che precedono la tangenziale ovest.
Lontano dalla citt, lontano dall'attenzione dei cittadini che non vogliono essere turbati dalla vista opprimente di altre mura carcerarie dopo quelle di San Vittore.
Una struttura degli anni Ottanta, contornata da muri di cemento armato e torrette con vetri blindati.
Una prigione con un'area riservata al 41 bis: tra gli ospiti di quel braccio iperprotetto anche il Capo dei Capi e un'altra bella lista di nomi di spicco della criminalit organizzata e non.
A dirigere quell'importante istituto di pena una donna, una signora cinquantenne che si prodigava nell'attivit di recupero sociale dei detenuti, con iniziative mirate a far gradualmente rientrare quegli uomini nel mondo normale, quello senza sbarre.
Lo ricevette in un ufficio sobrio, rallegrato solo da alcune piante.
Sulla scrivania, gi aperto, il fascicolo di Tommaso Rostagno.
Sull'altra poltrona un uomo tarchiato, vicino alla sessantina, capelli a spazzola grigio cenere, mascella prominente e un fisico massiccio.
Era l'ispettore capo, Pietro Labate, il responsabile dell'ordine dentro quelle mura inaccessibili.
Tutto quello che accadeva nelle celle o nei bracci lui lo sapeva.
E infatti fu lui a raccontare la storia di Rostagno.
Un comune come vengono definiti i detenuti normali, quelli senza un nome che incute rispetto o timore, quelli anonimi che si spendono anni di vita tra quelle grigie pareti.
Era transitato da Opera ben tre volte: nelle prime due non aveva mai avuto o creato problemi.
La terza vacanza a spese dello Stato era filata liscia fino agli ultimi tornanti, poi quell'improvvisa sbandata.
Si era attardato nelle docce e l lo avevano aggredito e conciato male.
Lo aveva soccorso una guardia penitenziaria e condotto in infermeria.
Nessuna frattura, solo brutte ecchimosi.
Logicamente non aveva fatto nomi raccontando la solita favoletta del pavimento bagnato che lo aveva fatto scivolare.
Ma era terrorizzato e secondo l'agente intervenuto, quando ormai gli aggressori si erano volatilizzati, c'era il rischio che l'episodio si ripetesse. O peggio.
Da qui la decisione di piantonarlo in infermeria e poi metterlo in isolamento in attesa di trasferimento o scarcerazione.
Casi del genere, fortunatamente, capitavano con minor frequenza di quanto da fuori si possa pensare, aveva finito di raccontare Labate.
Ardig lo aveva ascoltato senza interromperlo: nessuna minaccia precedente, nessun testimone, la guardia che non aveva visto nulla.
Storia troppo perfetta. O troppo imperfetta.
Pertanto, se ho ben capito, decisiva nella vostra scelta di isolare il detenuto e poi farlo scarcerare anticipatamente  stata la testimonianza di questo vostro agente.
 cos, conferm Labate con sguardo severo.
Il secondino aveva gi intuito dove voleva andare a parare il capo della Omicidi e lo anticip: Su Pittorre posso mettere la mano sul fuoco, ha lavorato con me per pi di quindici anni.
Ha lavorato? Perch non lavora pi qui?, domand curioso il commissario, sobbalzato per quel passato prossimo.
No, non in questo momento. Sta usufruendo di un'aspettativa che si concluder tra qualche mese, rispose secca la direttrice.
In aspettativa da quando? Se posso saperlo, chiese nella maniera pi educata possibile.
La direttrice e il capo degli agenti penitenziari si scambiarono uno sguardo. Poi lei annu: S, lei pu domandarmelo e io le rispondo senza problemi: dal primo di settembre.
E Rostagno quando  stato scarcerato?
La risposta era nel fascicolo.
Il 5 agosto. Luned 5 agosto.
Una bella coincidenza temporale. L'unica incongruenza era quella patrimoniale: dalle ricerche eseguite da Farris e gli altri risultava che Rostagno non aveva capitali propri, se non l'appartamento in cui risiedeva, ereditato dai genitori.
E se non aveva alle spalle un clan o un boss a foraggiarlo con che soldi avrebbe potuto corrompere un secondino per farsi pestare e poi mettere in isolamento?
Eppure il suo istinto gli garantiva che era andata proprio cos.
Nel frattempo nella stanza era calato un silenzio carico di tensione.
Toccava a lui spezzarla. Cerc di ricorrere al massimo di tatto e diplomazia di cui poteva disporre.
Spero mi comprendiate e non fraintendiate le mie parole. Sto indagando un omicidio, quello di Tommaso Rostagno, omicidio che indizi emersi nel corso dell'attivit investigativa ricollegano ad altri due recenti omicidi di cui avrete appreso dai giornali, quello di un meccanico e quello di uno sfasciacarrozze. Tre omicidi e vi confesso che l'inchiesta  arenata. Per questo non posso permettermi di trascurare nessun elemento, neppure il pi marginale. Neppure questo Pittorre.
Si arrest, per lasciar sedimentare il suo appello.
La direttrice si mosse sulla sedia. Poi lo interpell: Lei dispone di un'apposita richiesta emessa dal magistrato inquirente?.
Ardig scosse la testa: No. E per ottenerla perderei del tempo prezioso.
I due interlocutori non risposero. E non parlarono.
Decise di insistere: La nostra convinzione  che tutto sia partito da qui. Che chi ha ucciso Rostagno abbia poi voluto la morte anche di Arslanovic e Lo Bello che dovevano essere coinvolti in qualche storia sporca con lui. E forse l'ordine di ucciderli  partito da qui, da qualche vostro detenuto. E forse, sottolineo forse, il vostro agente di questa storia sa qualcosa in pi.
L'arringa era terminata, la parola alla corte.
Anzi, alla direttrice, che si assest nuovamente sulla poltrona, continuando a scambiarsi pensieri silenziosi con l'ispettore capo.
Poi a fatica si rivolse al commissario: Senza un'autorizzazione del magistrato io non potrei farla accedere alle schede del nostro personale. Tuttavia derogher a questa regola a due condizioni: la prima ovviamente  il massimo riserbo da parte sua.
Naturalmente, e la seconda?
Potr solo visionare il fascicolo del sovrintendente Pittorre, ma senza fotocopiarlo o prelevare nulla. Quello potr farlo solo con la debita autorizzazione del magistrato.
Bastava e avanzava: ringrazi la direttrice e segu docile il massiccio ispettore capo verso l'ufficio del personale.
Prima per fecero tappa alla macchinetta del caff. Il capo dei secondini doveva sputare un rospo. Lo intu subito.
Pittorre  uno a posto, sentenzi, mentre gettava monetine nel distributore automatico.
Non lo metto in dubbio, replic tranciante il commissario.
 uno a posto per davvero - rincar l'altro - e poi  uno che nella vita ha gi pagato un conto troppo alto...
Ardig non lo fece terminare e gli piazz una mano sulla spalla: Siamo colleghi e io i colleghi li rispetto e li difendo.
Trangugiarono il caff e andarono all'ufficio del personale senza scambiarsi nessun altra parola.
Dieci minuti dopo Labate gli allungava la scheda personale di Cristiano Pittorre, nato a Oristano nel 1967.
Allegata c'era anche la canonica fototessera.
Pelato, il collo enorme, l'aria corrucciata, l'aspetto di uno con cui non  il caso di prendersi troppe confidenze.
Scorse le informazioni amministrative del sovrintendente: Labate aveva ragione, mai una nota negativa.
Allegate le perizie dei colloqui con gli psicologi cui semestralmente il personale penitenziario  obbligato a sottoporsi.
Avrebbe voluto leggerle con attenzione, per non c'era tempo e modo e Labate lo incalzava stile gufo sulla spalla.
Tuttavia nei suoi occhi rimbalzarono alcuni passaggi: cominci a intuire che la verit che stava rincorrendo da alcuni giorni era celata tra quelle righe.
Rallent la lettura e si sofferm su alcuni passaggi.
Cominci a sbiancare. Vistosamente.
Sentiva lo sguardo impaziente di Labate di fianco a lui, per cui acceler e si limit a scorrere sulle valutazioni finali delle perizie, che ne dimostravano l'idoneit al servizio.
Infine le note a margine, gli attestati conseguiti. Questa volta Ardig sbianc del tutto, l'incartamento rischi di scivolargli dalle mani.
Appellandosi alla sua freddezza abituale riprese il controllo, termin la lettura, ringrazi e si fece riaccompagnare all'uscita.
L'istinto lo aveva premiato.
In quelle carte era contenuta la ragione di quei tre delitti.
Venti minuti dopo il capo della Omicidi surgelava nel parcheggio esterno della casa di reclusione di Opera. Appoggiato al cofano si fumava una sigaretta incurante del freddo che lo circondava, mettendolo a rischio di una ricaduta influenzale.
La nicotina lo aiut a superare l'emozione e ritrovare la lucidit.
Poi si mise al volante e ad andatura lenta infil le stradine sconosciute che conducevano a Chiaravalle e da l a Rogoredo e in Corvetto.
Intorno a lui la campagna umida e spoglia, ad aumentare la malinconia.
Sul sedile del passeggero lo spettro di Cristiano Pittorre a fargli compagnia: un collega, con una divisa diversa, quella della Polizia Penitenziaria, ma sempre un collega.
Che si era trasformato in un assassino. A inchiodarlo quelle pagine finali del suo fascicolo personale: un cecchino, un tiratore scelto che aveva trionfato in diverse competizioni di tiro interne al suo corpo o estese alle altre sigle delle forze dell'ordine.
Fino a poco prima il suo lavoro era sembrato semplice con una distinzione netta tra i buoni e i cattivi, i primi da una parte e i secondi dall'altra. Adesso era tutto confuso. Per la prima volta si era imbattuto in un collega che aveva saltato il fosso che separa buoni e cattivi. Ma forse quel fosso, in quella situazione, lo avrebbe saltato anche lui.
Avrebbe dovuto parlarne con la squadra, la sua squadra, la sezione Omicidi della squadra Mobile della Questura di Milano.
Eppure prefer di no. Senza un vero perch.
Prima voleva capire bene, capire tutto, e poi decidere.
Da poliziotto si era autopromosso a giudice.
Giudice supremo.
Per prima cosa doveva accertarsi bene di come potevano essere andate le cose.
Sollev la cornetta e chiese al centralino di metterlo in contatto con l'ispettore della Polizia Stradale, Alessandro Ferroni.
Non si sentivano da un paio di anni, eppure fu ugualmente gentile e collaborativo.
Gli chiese una mezz'ora, poi lo avrebbe richiamato.
Intanto aveva ordinato all'agente Scalise, il provetto hacker della squadra, di eseguire una ricerca su internet, in particolare sui quotidiani online.
Nel frattempo, nonostante il freddo che attanagliava Milano, si obblig a una passeggiata distensiva.
A passo da marciatore si divor piazza Cordusio e la pedonale via Dante, tirata a lucido con le luminarie natalizie a sprigionare un'allegria che non riusciva a contagiarlo.
Poi tagli per via San Giovanni sul Muro e and in via Brisa a gustarsi la rilassante vista delle rovine romane diventate l'alloggio di una variopinta colonia di gatti. Risal dai vicoletti, si ritrov in piazza Mentana e da l rientr in commissariato.
Sulla sua scrivania tutto ci che gli occorreva: il materiale faxato dalla Stradale e quello stampato da Scalise.
Poche pagine per ricostruire una storia terribile. Quella di un bambino di dieci anni falciato sulle strisce pedonali da un pirata della strada che lo aveva travolto a velocit pazzesca ed era fuggito senza fermarsi a prestare soccorso.
L'incidente era accaduto nel febbraio del 2006, in via Ferrante Aporti, la strada che scorre di fianco alla sopraelevata dove si snodano i binari fuoriusciti dall'hangar della stazione Centrale: il bimbo, Giacomo Pittorre, era deceduto sul colpo.
Nella relazione della Polstrada veniva menzionata una possibile Fiat Punto di colore nero con assetto ribassato per competizioni automobilistiche.
Ora era davvero quasi tutto chiaro.
Che cosa possono avere in comune un criminale ex autista di una banda di rapinatori abituato a pigiare sul gas come un forsennato, un meccanico pregiudicato che non ha mai reciso i legami con gli ambienti malavitosi e un delinquente macedone che campa come ricettatore dietro all'attivit legale di sfasciacarrozze?
La risposta era l, in quei fogli: un incidente costato la vita a un bambino di dieci anni e la vendetta, piuttosto tardiva, del padre.
Facile a questo punto assegnare i ruoli: il Buddha aveva investito il bambino, si era rivolto ad Arslanovic, che evidentemente conosceva e frequentava gi prima di dividere con lui la cella nel 2010 a Opera per qualche mese, il quale aveva distrutto i paraurti incidentati, gli aveva fornito i ricambi e lo aveva indirizzato a Lo Bello per far eseguire le riparazioni e far tornare la macchina identica a prima dell'incidente.
Davvero tutto quasi chiaro. Tranne tre punti.
Primo, perch Pittorre aveva atteso sette anni per far scattare la sua feroce rappresaglia?
Secondo, e se lo era gi domandato, perch Arslanovic e Lo Bello erano rimasti l come due fessi per oltre quaranta giorni ad attendere che arrivasse Pittorre a stenderli?
Potevano denunciarlo, potevano scappare, potevano quanto meno procurarsi un'arma per difendersi. E invece niente.
Com'era possibile?
E infine il terzo e pi incomprensibile rebus: perch Pittorre non si era vendicato di Rostagno in carcere e invece si era impegnato per farlo liberare, mettendoci la faccia, sapendo cos di attirare i sospetti su di s? A questo punto solo il sovrintendente Cristiano Pittorre poteva rispondergli.
Ma se voleva muoversi da solo, e non si spiegava il perch, doveva farlo con la massima cautela e prudenza.
Via Sammartini  l'altra strada che scorre di fianco alla sopraelevata della Centrale.
Alle sue spalle c' la grigia via Gluck, resa celebre da Adriano Celentano.
Cristiano Pittorre abitava l. Tempo imperfetto.
Perch era bastato controllare i nomi sui citofoni del civico indicato sulla sua scheda professionale per rendersi conto che se ne era andato via.
Stava per suonare a qualche condomino quando vide arrivare un'anziana che trascinava il pap dei moderni trolley ovvero quei carrelli a due ruote che gli anziani usano per riporre la spesa e riportarla dal mercato con minore fatica.
L'aiut a entrare nel portone e si qualific.
Sono un amico di Pittorre, volevo fargli un saluto per non vedo pi il suo nome sul citofono, come mai?
La vecchina non si era fatta pregare nel farsi i fatti altrui e confermare che la guardia penitenziaria aveva disdetto l'affitto e traslocato qualche mese fa, andandosene solo con qualche scatolone e senza salutare nessuno.
Poveretto. Con la disgrazia che gli era successa, non si era mai rimesso... Prima era un bravo ragazzo, allegro, salutava sempre. Poi basta, muto, come se gli avessero tagliato la lingua. Non parlava pi con nessuno.
Gi che c'era ne approfitt per avere il quadro completo.
E la moglie? Dov' andata?
L'anziana storse la bocca.
Per i fatti suoi. Tante lacrime per il bambino i primi mesi, poi ha conosciuto uno e in quattro e quattr'otto ha fatto i bagagli e chi l'ha pi vista?  andata a vivere a Bologna o a Rimini, da quelle parti l dove c' il mare...
A Bologna il mare non c'era, ma evit di farlo notare alla pettegola vecchina che chiaramente non nutriva alcuna simpatia per l'ex signora Pittorre.
E lui, il signor Pittorre - chiese dimenticandosi che un minuto prima si era presentato come un amico - non si  pi risposato o... non so... fidanzato?
No, no. Sempre solo. Sempre in silenzio.
Poteva bastare, fece per congedarsi, la signora per lo prese per un braccio riportandolo sul marciapiede.
Vede lass - indic un piano alto - era quello l il loro balcone. E il bambino ci passava i pomeriggi con il bel tempo a guardare i treni. Voleva fare il ferroviere, lo diceva sempre a tutti e invece ha visto che brutta fine... Adesso la casa l'hanno affittata dei negri, deve sentire che puzza la sera quando cucinano quelle loro robe l...
La ringrazi e torn in commissariato.
Questa volta non poteva coinvolgere la squadra.
Relazion i suoi uomini su quanto appreso dal fascicolo personale del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria con le allegate perizie psicologiche e aggiunse la ricostruzione dell'incidente di via Ferrante Aporti fatta con l'ausilio della Polstrada.
Un pirata della strada e i suoi complici, ecco chi erano Rostagno e gli altri due, concluse con tono neutro, senza sbilanciarsi.
Lo fecero per i suoi uomini.
Li avrei uccisi anch'io. Ha ripulito i marciapiedi da tre criminali. Dovrebbero dargli una medaglia. Per me uno cos merita rispetto. Magari facessero tutti come lui...
Li zitt a fatica.
Ha ucciso tre persone,  uno degli assassini pi pericolosi che abbiamo mai dovuto inseguire qui a Milano. Facciamo il nostro dovere e cerchiamo di beccarlo, sanc netto.
Mica sar rimasto qui ad aspettare di farsi arrestare, obiett Farris.
Aveva ragione, quasi certamente Pittorre aveva spiccato il volo.
Dagli ultimi due delitti era passata una settimana.
Un vantaggio enorme. Tuttavia dovevano tentare.
Diram gli ordini e si spost in tribunale per riferire al pm Brovelli e far emettere l'ordine di cattura per Cristiano Pittorre.
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9. Milano, venerd 20 dicembre 2013.
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Le persone scompaiono, se lo vogliono.
E Cristiano Pittorre era scomparso. Per le istituzioni, per l'anagrafe comunale e per il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria di cui era dipendente, continuava a essere residente in via Sammartini, stessa cosa per la Motorizzazione civile e via dicendo.
E invece da mesi non c'era pi e sotto quel tetto abitava una famiglia di africani.
Ardig rifletteva su quanto sia semplice uscire di scena e sparire come in un gioco di prestigio.
Pittorre poteva essere a Bolzano o a Siracusa, a Roma o a Trieste, a Ventimiglia o nella sua natia Sardegna, dove peraltro i colleghi sardi stavano setacciando ogni possibile nascondiglio.
Pi probabilmente era all'estero.
Magari si era procurato un passaporto falso, anche perch qualche soldo doveva averlo: il conto corrente era stato prosciugato e chiuso a settembre.
Poca roba, meno di ventimila euro. Ma sufficienti per garantirsi qualche mese di bella vita in un paradiso caraibico.
E per uno che ha lavorato in carcere per pi di tre lustri reperire un buon falsario per farsi documenti nuovi di zecca era una bazzecola.
Era andata cos, non lo avrebbero mai beccato.
Le ricerche comunque sarebbero andate avanti.
Eppure qualcosa continuava a non tornare.
Sempre quelle anomalie su cui si era gi scervellato a lungo: perch Pittorre aveva aiutato Rostagno a farsi mettere in isolamento e a farsi scarcerare? E perch Rostagno si era prestato?
E poi perch far passare sei settimane tra l'omicidio di Rostagno e gli omicidi dei suoi ex complici Lo Bello e Arslanovic?
Pi ci pensava e pi non si convinceva.
C'era altro, qualcosa che gli sfuggiva.
Torn a rileggersi per l'ennesima volta tutti gli incartamenti, ora completi, su Cristiano Pittorre e la sua ormai ex famiglia: un dettaglio, un insignificante dettaglio, lo colp improvvisamente.
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10. Milano, domenica 22 dicembre 2013.
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Da quasi una settimana pioveva ininterrottamente.
E Ardig si era buscato nuovamente il raffreddore.
La logica consigliava una giornata a letto, sotto una catasta di coperte, con del miele e qualche aspirina. Invece era uscito prima delle sette, in scarpe da tennis, jeans e giubbotto con cappuccio, si era infilato in macchina e si era fiondato al Cimitero Maggiore.
L, per non dare nell'occhio per quel rischioso appostamento, aveva convinto un venditore di fiori a dargli ospitalit nel suo chiosco dopo avergli sventolato sotto il naso il tesserino della Polizia e averlo ammansito con due banconote da 50 euro e la promessa della revoca di alcune sanzioni amministrative.
Quest'ultima era una bugia bella e buona, ma il fine giustificava i mezzi utilizzati.
Dal suo punto di osservazione godeva di una perfetta visuale sull'entrata del campo santo: nessun visitatore poteva sfuggirgli.
Tra uno starnuto e l'altro rimase in piedi, bersagliato da un freddo umido, per oltre cinque ore.
Niente, nessuno di quelli transitati sotto quell'arco in cemento corrispondeva all'ex guardia penitenziaria.
Intorno alle 13 il flusso di visitatori era nettamente calato: a quell'ora, di domenica, la gente era al caldo, a casa, con le gambe sotto il tavolo, davanti alla tv.
Invece un uomo alto e dalla corporatura massiccia, con un berretto da baseball in testa e il volto coperto da una barba scura, avanzava sotto la pioggia senza ripararsi sotto un cappuccio o un ombrello.
Il brivido freddo, quel brivido freddo che Ardig ben conosceva, inizi a strisciargli dal basso verso l'alto lungo la colonna vertebrale.
Lo lasci sfilare senza seguirlo, non subito quanto meno.
Tanto sapeva dov'era diretto.
Quel giorno, il 22 dicembre 2013, Giacomo Pittorre avrebbe compiuto 18 anni e sarebbe diventato maggiorenne.
E il super ricercato genitore aveva compiuto il suo dovere, presentandosi puntuale per celebrare quella ricorrenza simbolica e mettere dei fiori freschi su quella tomba quasi dimenticata.
Ardig l'aveva visitata il giorno precedente ed era rimasto colpito da un particolare: sulla lapide era stato incollato un binario in plastica con sopra un trenino metallico.
Il tempo, il gelo, l'umidit, avevano ossidato e scolorito quel giocattolo cos evocativo.
Vide l'uomo scomparire tra i vialetti ghiaiosi, tra crocifissi e statue: gli diede un po' di vantaggio, poi decise di avviarsi, senza fretta.
Un paio di minuti dopo l'uomo ricomparve nel suo raggio visivo.
Incurante della pioggia battente. Le braccia conserte, la testa china.
Stava pregando. Forse piangendo. Assorto in un suo mondo.
Era il momento. Ardig si mosse veloce ma silenzioso.
Nella mano sinistra un mazzo di fiori, nella destra la Beretta Parabellum nascosta nella tasca del giubbotto.
Proprio in quell'istante avvert l'HTC che vibrava in tasca. Fu fulmineo nello spegnerlo staccandone la batteria.
Il movimento attir l'attenzione di Pittorre che con la coda dell'occhio lo not avanzare verso di lui: la vista dei fiori lo rassicur.
Ancora qualche passo e gli fu dietro.
Gli appoggi la canna della Beretta sul collo.
Metti le mani dietro la schiena, bene in vista.
Il sovrintendente della Polizia Penitenziaria non si scompose.
Sparami subito, chiudiamola qui, lo sfid sprezzante.
Era girato e immobile: Ardig colse l'attimo.
Infil le manette, con un movimento provato e riprovato nei giorni precedenti, utilizzando solo la mano sinistra.
Questa volta l'uomo trasal.
Che cazzo fai?, si agit.
Il commissario gli assest un calcio nel retro del ginocchio facendolo crollare, poi si chin esibendogli il tesserino della Polizia di Stato.
Sei un collega?
Pittorre rise, stupito e quasi sollevato.
Soltanto in quel momento Ardig intu che non si aspettava la Polizia ma qualcun altro.
Lo aiut a rialzarsi. E lo perquis al volo.
Una pistola spunt dall'incavo dell'osso sacro.
Una Sig Sauer, un'altra arma da tiratore scelto.
La infil nel suo giubbotto.
Sono il commissario Bruno Ardig, sezione Omicidi. Sei in arresto per gli omicidi di Tommaso Rostagno, Zlatan Arslanovic e Ivan Lo Bello. Dobbiamo andare.
Aspetta, dammi ancora cinque minuti.
Dobbiamo andare.
Mi aspetta il resto della vita in carcere, dammi solo altri cinque minuti per salutare mio figlio. Che ti costa?
Ardig annu e fece un passo indietro, abbassando il cane della Beretta.
Attese in silenzio fino a quando Pittorre si gir verso di lui.
Fammi un favore. Qui nella tasca della giacca c' una busta.  la mia confessione, prendila.
Con movimenti cauti, tenendolo sempre sotto controllo, Ardig infil la mano e recuper la busta.
La apr e sbianc.
Foto, anzi stampe a colori di foto digitali.
Foto di morti appena ammazzati.
Foto di quattro morti, non tre. Uno di troppo. Anzi no.
E improvvisamente, questa volta, fu tutto davvero chiaro.
E le incongruenze sparirono sotto quella pioggia pungente.
Guard quel trenino arrugginito, nella sua mente apparvero quel balcone indicato dall'anziana pettegola, affacciato sulla sopraelevata della stazione Centrale e vide un bambino felice, che sognava di fare il ferroviere da grande e un uomo, anzi un criminale, tranciato da un Eurostar in una fredda alba di due settimane prima.
Un uomo investito, la pena del contrappasso, la legge del taglione: chi ha ucciso investendo muore investito e pazienza se a investirlo  un treno e non un'auto.
Ecco il perch di tutta quella crudelt: tutto di un tratto rivide la scena in un'ottica diversa e la piet e l'orrore passarono da una sponda all'altra, come se Caino e Abele si fossero scambiati i ruoli, i vestiti, persino le facce, finendo per confondersi in un groviglio infernale dove ogni giudizio restava sospeso.
Queste foto vengono con me, sentenzi duro il commissario.
No, queste sono per lui. Sono il suo regalo di compleanno, supplic Pittorre.
Prima di aggiungere: Gli originali sono qui sul mio BlackBerry, nella tasca interna dei pantaloni. Prendilo e controlla. Ne puoi stampare quante ne vuoi, ma queste sono per mio figlio.  il suo compleanno, me lo devi, cazzo!.
Ardig decise di accontentarlo: Va bene, come vuoi.
Appoggi la busta sulla lapide e recit un Eterno riposo e un Angelo di Dio per quel bambino sfortunato.
Poi si fece un segno della croce e afferr Pittorre per un braccio.
Andiamo.
Il killer non si oppose e si incammin.
Devi rispondere a un po' di domande.
Tutto quello che vuoi, non c' problema. Ormai non devo fare pi nulla. Sono tutto tuo. Ci pensi? Sei un eroe, cazzo, hai preso il killer che fa paura a tutta Milano.
Un paio di starnuti scossero il capo della Omicidi.
Sei messo male compare, rilev Pittorre.
Cammina. Muoviti.
Altri starnuti lo sconquassarono.
Commissario, ti faccio una proposta.
Parla.
Io abito proprio qui. Passiamo da me, ti faccio un t caldo e ti offro un'aspirina e tu mi lasci il tempo di prendere la valigia che tanto  gi pronta. E cos mi fai tutte le domande che vuoi. Perch  questo che vuoi, no? Torchiarmi da solo!
E tu cosa ne sai?
Sono un poliziotto anch'io. Sei venuto da solo, correndo un rischio enorme. Altrimenti perch lo avresti fatto?
Niente scherzi? Ho la tua parola?
Te lo giuro sulla memoria di mio figlio. E poi sono un collega. E uno come te non posso che stimarlo
Figuriamoci... ti sto regalando l'ergastolo...
E allora? Sei un grande lo stesso. Sul serio. Non so come ma, cazzo, hai capito tutto, hai capito perch li avevo uccisi, hai pure capito che mi avresti beccato qui... Se indagavi tu su quel maledetto incidente oggi magari non stavamo messi cos, io con i ferri ai polsi e tu con la pistola in mano.
 andata diversamente, purtroppo. Dai muoviti.
Pittorre abitava davvero vicino, in via Pareto, una traversa che sbuca di fronte alla Certosa di Garegnano.
E cos era qui che ti eri rifugiato...
Un condominio anonimo, in una via periferica e poco trafficata.
Non sono l'unico a Milano ad aver affittato una casa in nero, o mi accusi anche di questo?, ridacchi la guardia carceraria.
Entrarono nell'appartamento e Ardig gli sfil le manette.
Una follia, considerando chi aveva di fronte e la seria possibilit che avesse altri armi da fuoco in casa.
Tuttavia sentiva che si era instaurata una sintonia con quell'uomo poco pi grande di lui. E che poteva fidarsi.
Pittorre and al fornello a gas e mise un pentolino di acqua bollente.
Poi traffic in una sacca e tir fuori un blister di aspirine.
Deposit sul tavolo un pacco di biscotti, due tazze e il pentolino dell'acqua in cui aveva immerso i filtri del t.
Era giunto il momento delle domande. E delle risposte.
Come mai hai aspettato tutti questi anni a vendicarti?
Quale vendetta... giustizia caso mai. Quella che non avete fatto voi della Mobile o quegli scaldasedie in Procura. Se lo facevate voi non dovevo farlo io e a quest'ora al lavoro stavo.
Ok ma perch hai atteso cos tanto?, lo incalz il capo della Omicidi.
Pittorre afferr la tazza di t.
Perch non sapevo un cazzo. E pensavo che non avrei mai saputo un cazzo... avevo indagato, cazzo, chiedevo a tutti, avevo preso pure un detective, che mi spillava soldi senza concludere un cazzo... poi invece... un colpo di fortuna inatteso.
Fortuna, come se si potesse scomodare la fortuna in questa storia.
Cazzo, non ci speravo pi e invece tac... eccola la storia...
L'accento era solo vagamente sardo: venticinque anni nel capoluogo lombardo lo avevano milanesizzato a tutti gli effetti.
Quale colpo di fortuna?
Rostagno, quel verme... dentro c'era uno che gliel'aveva giurata. Aveva gi pronta la mollette per tagliargli i coglioni. E Rostagno si cagava sotto. E non aveva un euro per corrompere nessun collega e salvarsi le palle. Per quello conosceva la mia storia e cos mi ha adescato come una mignotta, chiedendomi di farlo spedire in isolamento in cambio della verit su mio figlio, una verit che mi avrebbe spifferato solo quando fosse stato fuori, libero e sicuro della sua incolumit.
E tu hai accettato?
E cos'altro potevo fare? Tu cosa avresti fatto al mio posto?
Vai avanti.
Se sei qui  perch il resto lo sai. L'ho gonfiato di botte nelle docce, e non sai quanto ci ho goduto, poi ho fatto verbale e l'hanno messo in isolamento.
E quando  uscito gli hai presentato il conto?
All'inizio ha cercato di fare l'infame. Gli ho dato una ripassata e ha cantato, facendo il nome di Pezzella. Poi mi ha proposto un altro affare: lui scopriva chi erano stati i complici di Pezzella e io gli sganciavo ventimila euro. E ho dovuto accettare.
Ardig tracann due sorsate di t e si accese una sigaretta.
E ti sei fatto fregare perch Rostagno la verit la sapeva da un pezzo, visto che aveva diviso la cella con lo sfasciacarrozze.
E credi che non lo sapessi? All'epoca ero io la guardia nel loro braccio. Ma mi serviva il nome del meccanico e quello lui non lo sapeva davvero. E poi tanto avevo gi capito che di Rostagno non potevo fidarmi e quei soldi me li sarei comunque ripresi. Ormai avevo deciso di andare fino in fondo e lo sapevo che pagavo un conto salato se mi beccavate...
E poi?
E poi niente, Rostagno mi ha dato il nome del meccanico e anche quello del boss per cui lavorava Pezzella. E mi ha detto di non fare nulla perch quel boss era uno pericoloso.
Nunzio Capece?
Proprio lui. Rostagno aveva capito le mie intenzioni, era agitato, se la faceva sotto. Ho capito che appena me ne sarei andato quello sarebbe filato da Capece e da Pezzella a fare il giuda per incassare altri soldi.
E cos lo hai ucciso.
E che dovevo fare? Tanto uno cos non meritava di vivere...
Pi o meno lo stesso ragionamento fatto dal Cardinale.
...e mi sono pure ripreso i soldi. Per non ti sei sbarazzato del cadavere. E qui hai commesso il tuo pi grande errore, lo stuzzic il commissario.
E come cazzo facevo? Quello pesava centoventi chili e in quel palazzo non c'era l'ascensore. Come facevo a portarlo fuori e a metterlo in macchina? Meglio lasciarlo l a congelare. Se non arrivavi tu lo scoprivano che era gi estate.
Il resto della storia era facilmente ricostruibile.
Poi hai fatto i tuoi appostamenti, ti sei studiato gli orari e le abitudini delle tue vittime...
Ma quali vittime? Quei pezzi di merda? E mio figlio? Pezzella era scappato perch in macchina aveva un panetto di coca da recapitare al suo boss. E sia lo sfasciacarrozze che il meccanico sapevano che con quell'auto era stato ucciso un bambino di dieci anni. Dovevano pagare anche loro. In questi anni quelli si sono fatti i cazzi loro e mio figlio i vermi se lo sono mangiato...
Pezzella per ha pagato di pi...
Commissario se ti uccidessero un figlio cosa faresti?
Non ho figli... ma penso che... s - ammise a se stesso pi che all'interlocutore - lo avrei fatto a pezzi anch'io.
Mio figlio adorava i treni... dovevi vederti la scena quando quel treno stava arrivando... quel porco piangeva e si dimenava per liberarsi... non c'aveva pi la lingua per cazzo se lo sentivi urlare... credimi,  stato l'unico momento felice della mia vita dopo aver perso Giacomo...
Tutto il resto, a cominciare dalle pistole utilizzate, erano solo dettagli. Ormai sapeva tutto. E doveva decidere.
Pittorre si sarebbe preso l'ergastolo.
Primo grado, appello e cassazione: non c'erano dubbi.
L'ergastolo per aver restituito giustizia, quella di un padre, alla memoria del proprio figlio.
Ora toccava a lui decidere. In una sorta di ultimo grado.
E sei rimasto qui fino a oggi, al posto di scappare, solo perch era il compleanno di tuo figlio...
Il secondino non rispose, abbassando lo sguardo per la prima volta da quando i loro destini si erano intrecciati un'ora prima.
Dimmi una cosa: hai una pistola in casa?
Pittorre rise: Una? Ne ho cinque! E se mi venivano a cercare mica mi trovavano a mani nude, no?.
E tu allora perch non l'hai usata per liberarti di me?
Te l'ho detto, perch sei un collega, fai il tuo dovere e sei pure bravo. Ho ucciso quelle merde, ma non ucciderei mai un uomo, uno che magari c'ha la famiglia a casa che lo aspetta.
Non ho nessuno che mi aspetta.
E va beh... sempre un brav'uomo sei. E io mica sono una bestia come quelli l...
Dove te ne saresti andato?
L'ex guardia carceraria trasformatasi in giustiziere metropolitano scosse la testa: Sul mar Nero, l ci vivi da re con poche migliaia di euro. Pensa che in tutti questi anni con i detenuti rumeni ho imparato anche la loro lingua. E mi ero gi procurato un bel documento tarocco. Sarei partito stasera e non mi avreste mai beccato, maledetto a te commissario....
Lo esclam quasi senza rimpianto, con una rassegnazione che lo colp dritto al cuore.
Ardig osserv la tazza di t vuota e si decise.
E forse non ti beccheremo mai...
Cio?
Ti regalo due ore. Poi dico che mi  arrivata una soffiata da una fonte confidenziale e mando qui la squadra speciale a prelevarti. Due ore, non un minuto di pi...
Allung la mano a Pittorre che incredulo ricambi con una stretta calda e vigorosa.
Poi gli restitu la Sig Sauer, l'arma che lo incastrava.
Perch lo fai?, gli chiese mentre stava uscendo.
Perch il t che mi hai offerto era buono. E anche l'aspirina mi ha fatto bene. Buona fortuna Pittorre.
Infil le scale, si imbacucc con la sciarpa e torn all'Alfa 159. Mezz'ora dopo parcheggi sotto casa, scese dall'auto e not una volante davanti al portone di casa sua.
Acceler il passo, preoccupato.
Un agente della Questura gli and incontro trafelato.
Commissario, commissario... la cercano dalla Questura,  urgente.
Cazzo, il telefonino era rimasto staccato da quando lo avevano cercato al cimitero.
Cos' successo?
Hanno ucciso un uomo stamattina.  sempre lui, lo stesso killer, quello che spara in fronte.
Ardig rischi di svenire, ma riusc a non crollare.
Come ucciso uno? Chi? Dove?
Un pregiudicato napoletano - spieg l'agente - un certo Nunzio Capece, gli hanno sparato in fronte mentre usciva da un bar in piazzale Zavattari, in zona San Siro.
Nella testa del commissario rimbombarono le parole di Pittorre mentre lo invitava a uscire dal cimitero.
Ormai non devo fare pi nulla. Sono tutto tuo.
Certo, ora aveva fatto tutto, aveva ucciso anche Capece, ma non aveva potuto fotografarlo. Non ne aveva avuto il tempo.
E davanti a lui aveva abbassato lo sguardo davanti all'unica bugia: i morti non erano pi quattro, ma erano diventati cinque.
Commissario... commissario... si sente bene?
No, ho l'influenza e la febbre alta. Adesso chiamo il Questore, tu torna pure in ufficio.
La febbre era zompata quasi a 39.
Aveva dovuto prendere persino l'antibiotico.
Alle 19,30 si spost davanti al televisore per seguire il Tg regionale.
L'inviato di nera, Roberto Pacchetti, in collegamento da piazzale Zavattari, riparato da un grosso ombrello nero, spiegava ai telespettatori che la Polizia stava cercando un agente penitenziario, Cristiano Pittorre, ed erano gi stati istituiti dei posti di blocco, ma le ricerche finora non avevano dato alcun esito.
Un sms di Santoni lo aveva informato che l'auto del ricercato, invece, era stata rinvenuta in un parcheggio vicino alla stazione Centrale ed era ipotizzabile che l'uomo fosse fuggito utilizzando il treno diretto chiss dove.
Ardig spense il televisore. Non lo avrebbero pi ripreso.
Forse questo era il pi bel regalo di compleanno per Giacomo Pittorre, sapere da lass che suo padre da adesso sarebbe stato un uomo finalmente libero...
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FINE.